Matteo Renzi, la comunicazione politica secondo il rottamatore

Come comunica il candidato alla leadership del Pd? È davvero tutto oro quello che luccica? L’analisi dello stile comunicativo del sindaco di Firenze

Continua il tour delle Feste del Pd di Matteo Renzi. Quest’oggi il candidato alla guida del Partito Democratico (nella doppia veste di segretario e candidato premier alla prossima tornata elettorale) era a Torino, storica roccaforte del centrosinistra.

Intervistato dal direttore di Sky Tg 24 Sarah Varetto, ha parlato a 360° di occupazione, senza mai rinunciare al suo stile comunicativo. Alcuni esperti – come Giovanna Cosenza, semiologa ed esperta di comunicazione politica – sostengono che la strategia comunicativa di Renzi sia estremamente rischiosa, un vero e proprio terreno minato che rischia di rivelarsi un boomerang sul medio e lungo termine.

Perché? Perché, come spiega Cosenza, Renzi usa uno stile comunicativo “ampiamente diffuso nei Paesi anglosassoni, ma che può essere guardato con sospetto dal bacino elettorale del centrosinistra”.

L’intervista tenutasi a Torino è un esempio molto pregnante: Renzi alterna, forse in maniera troppo concitata, la battuta al tema serio, un approccio moderato e conciliatorio con una protesta “grillina”. Con un rischio: quello di sembrare troppo radicale ai moderati e troppo moderato per i radicali.

Anche quando parla del Pd, Renzi alterna continuamente l’autocritica (a quello che è stato finora) alla speranza (di quello che potrà fare il “suo” Pd).

C’è un incipit tipico che Renzi utilizza spesso e che anche oggi ha utilizzato in almeno 3-4 occasioni: “Io sono uno di quelli…”. Ci torneremo.

Se di certo il Pd aveva bisogno di uscire dal tafazismo dell’ultimo ventennio, Renzi sembra essere l’offerta che eccede la domanda.

Prendiamo l’intervista di oggi. Renzi esordisce facendo battute, flirtando con il pubblico:

Si dice che ogni settimana sia quella decisiva, questa è la ventitreesima settimana decisiva di questa legislatura. (…) So che la “curva nord” sostiene che questi signori debbano essere abbattuti (i cameraman, ndr), ma non possono farlo perché stanno riprendendo.

Poi si passa ai contenuti. Renzi parla delle due diverse velocità della politica locale e di quella centrale:

Per chi fa la politica da sindaco è difficile abituarsi della politica romana. Ogni giorno prendi 80-90-100 decisioni, poi, quando arrivi a Roma, i dirigenti ti dicono: “dai dobbiamo fare una riunione, facciamo un tavolo”.

E la politica centrale diventa per Renzi

come in Holly e Benji dove partiva un’azione e dovevamo vedere tre puntate per capire se riusciva a segnare. Ecco è come se, a Roma, la politica venisse fatta al rallentatore.

A chi parla Renzi? Nulla è casuale: parla ai ragazzi della sua generazione, quelli più giovani, quella fascia di cui occorre recuperare il voto che è migrato al Movimento 5 Stelle. Chi ha più di 45 anni difficilmente conoscerà Holly e Benji, ma è molto probabile che continuerà a votare per inerzia a sinistra. La fascia più incerta è quella dei giovani.

Ma attenzione! Renzi sa che la metafora di Holly e Benji è troppo maschile e allora aggiusta il tiro, chiamando in causa la storica soap opera Beautiful e il suo protagonista Ridge che prima di riuscire a baciare una delle sue amanti fa “rosolare” le telespettatrici nell’attesa.

Il problema non è la battuta, il problema è il sovradosaggio dell’ironia che rischia di risultare stucchevole, meccanico, un habitus comunicativo vestito da un leader desideroso di accattivarsi l’attenzione, la simpatia e il voto del pubblico.

Dicevamo dell’incipit preferito di Renzi, quell’“Io sono uno di quelli…” che ha tutte le carte in regola per diventare tormentone di imitatori. Renzi lo utilizza per chiarire qual è la sua posizione nei confronti del partito, degli avversari all’interno del Pd, nei confronti degli elettori, della decadenza di Berlusconi, del futuro dell’Italia. Talvolta viene utilizzata la forma passiva:

Io non sono uno di quelli che vive il tema del finanziamento pubblico ai partiti come scelta ideologica. Io sono per l’abolizione, pur sapendo che dentro il partito tanti hanno opinioni diverse dalla mia. Il tema è stato oggetto di scontro durante le primarie. Io dicevo di abolirlo e Bersani no. Non perché in Europa fanno così, ma perché la crisi che stiamo vivendo è anche quella di scollamento fra cittadini e politica. E allora tocca alla politica dimostrare che si può fare in un altro modo: con una nuova legge elettorale e l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti si può ridurre questa distanza.

Renzi ammette di aver votato contro l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti nel 1993 e spiega che, dopo, alcune cose gli hanno fatto cambiare idea:

Dopo sono successe due cose: 1) 31 milioni hanno votato contro, 2) qualcuno con i soldi pubblici ha comprato la Nutella, i diamanti in Tanzania, le lauree in Albania.

Renzi, molto intelligentemente, fa autocritica sul Pd, ma la fa sul Pd governato da altri. Sarà lo stesso se e quando sarà lui al timone?

Uno dei topoi di Renzi è sottolineare la paura del successo del Pd, il fatto che dopo le primarie, l’energia del Pd alla primarie si sia spenta in campagna elettorale quando

è entrato il virus dei “tranquilli che abbiamo già vinto”

Altro elemento è l’enumerazione. Renzi inserisce spesso e volentieri elenchi numerati che chiariscono i concetti in maniera più semplice. Lo fa anche a distanza come in questo caso:

Due sono i fattori per vincere: 1) affrontare i problemi veri, 2) evocare il sogno. Al Congresso non si va per eleggere un nome ma per frsi tre domande: 1) come uscire dalla crisi?, 2) come fare a non perdere un’altra volta? 3) come governare un Paese che ha bisogno di riforme adesso?

Infine, i numeri. Renzi cita i numeri della crisi, quelli delle pensioni, quelli dell’evasione, quelli della burocrazia. Le statistiche colpiscono e non possono mancare, perché i numeri, in un modo o nell’altro, sono lo strumento per dimostrare di saper entrare nel merito delle questioni e di saperli destreggiare in maniera professionale.

E poi dopo aver detto basta a una politica fatta da tifoserie chiude con una promessa e una speranza:

Io voglio vincere le elezioni, quelle vere non le primarie, e governare il paese con il centro sinistra, non con le larghe intese.

Parafrasando il film The Aviator: c’è troppo Matteo Renzi in Matteo Renzi? Al futuro il compito di dare la risposta.

Foto | Sky Tg 24