Letta appeso al filo dell’affaire Berlusconi. Crisi e poi “larghe intese” bis?

Fra Pdl e Pd c’è gran corsa nel passarsi da una mano all’altra il cerino acceso nel tentativo di addossare all’altro le colpe della possibile crisi di governo, esiziale per il Paese.

Di fatto i partiti girano a vuoto, inghiottiti nella spirale dell’affaire Berlusconi, per nulla impegnati nella soluzione dei problemi reali della nazione, con la crisi economica che in cinque anni si è mangiata un milione e ottocentomila posti di lavoro, ha dissanguato famiglie e imprese, falcidiando consumi, redditi, servizi e diritti. Non proprio uno stato di guerra, ma una situazione dove la politica dovrebbe esprimere il massimo di capacità di analisi e di risposta e dove invece è sostanzialmente ripiegata su se stessa.

Da più parti, dal premier Letta agli imprenditori della Confindustria e ai sindacati confederali, il tam tam lancia un unico segnale, quello della stabilità politica, quello di evitare una crisi di governo, quello di metter mano alle riforme per uscire dal guado e non affondare.

Anche i bambini sanno che una crisi di governo (per non parlare di nuove elezioni anticipate) può costare molto cara al Paese, cioè a tutti gli italiani costretti a scucire ancora nuovi miliardi solo per tappar buchi che non spostano di una virgola la dura realtà. Non è vero che lo spread è una variante del giochino delle tre carte. Addirittura ieri si è registrato il vantaggio della Spagna rispetto all’Italia nell’altalena dello spread.

Se il livello dello spread riflette (dovrebbe riflettere) il differenziale di solidità, di sicurezza offerta all’investimento in un titolo di Stato rispetto a quello di un altro Paese ora si dovrebbe dedurre che la Spagna gode miglior salute dell’Italia. Tutti gli indicatori economico-finanziari dimostrano che non è così: la Spagna è messa ancor peggio dell’Italia. Allora?

Semplicemente la Spagna gode di maggiore stabilità politica, due governi dal 2007 ad oggi contro i nostri quattro esecutivi dello stesso periodo.

Scrive Francesco Riccardi su Avvenire: “Nel mezzo due elezioni politiche, una legislatura terminata con largo anticipo, e per sovrappiù una compravendita di senatori sulla quale sta indagando la magistratura, maggioranze composte e ricomposte come pezzi di un puzzle e due decisivi interventi del capo dello Stato per evitare al Paese esiziali salti nel buio. Per non parlare del continuo conflitto tra i poteri politico e giudiziario; di una legge elettorale pessima e segnata per due volte (ancora invano) dal gesso rosso dell’incostituzionalità e della frammentazione del quadro politico”.

Insomma, una baraonda tutta italiana. Un ginepraio dal quale nessuno sa come uscirne. E la sentenza con dura condanna di Silvio Berlusconi con relativi annessi e connessi è la ciliegina sulla torta che può far saltare tutto.

Con Berlusconi tutto è possibile e c’è da attendersi in queste ore altri colpi di scena. Fra Pdl e Pd si cerca una via d’uscita parlamentare all’eventuale crisi di governo, con possibile rilancio di un nuovo esecutivo delle larghe intese bis. Solito pastrocchio all’italiana o l’ultima carta per salvare il salvabile?