Letta al Senato: “L’instabilità ci costa miliardi, non buttiamo via tutti gli sforzi”

Enrico Letta ha riferito al Senato l’esito del G20 di San Pietroburgo ma avverte: “Potremmo gettare via tutti gli sforzi fatti, occorre stabilità”

C’è sempre la parola “stabilità” di mezzo nel discorso che ha tenuto il premier Enrico Letta a palazzo Madama questo pomreiggio: “stabilità”, come avevamo notato anche a Cernobbio, è la parola d’ordine, forse l’evoluzione di quell'”austerità” che aveva imperato tra il dicembre 2011 e il dicembre 2012.

Nella sua relazione sull’esito del G20 di San Pietroburgo della settimana scorsa Letta, che ha incassato in Russia i complimenti di buona parte degli addetti ai lavori, ha lanciato un vero e proprio monito al Parlamento, paventando il rischio che la fiducia internazionale che l’Italia starebbe riconquistando lentamente, a fatica, possa crollare da un momento all’altro.

“Se buttiamo via la fiducia e la stabilità che abbiamo raggiunto, torniamo in grandissima difficoltà. […] il costo dell’instabilità è pesante per lo Stato e per i cittadini.”

Letta ha chiesto al Parlamento, nemmeno troppo velatamente (più esplicito era stato domenica a Cernobbio), di tenere duro, di stringere le fila e non perdersi in polemiche inutili che rischiano solo di complicare ulteriormente le cose: quello che il primo ministro ha definito “rumore di fondo assordante”, che oltre a complicare l’attività di governo tenendo l’esecutivo stesso sul filo di un affilatissimo rasoio, mina la credibilità internazionale che il Paese starebbe riconquistando.

In materia economica Letta ha quantificato il “prezzo” dell’instabilità e dell’incertezza politica:

“Paghiamo ogni anno 85 miliardi di euro per mantenere il debito così com’è e se sbagliamo diventano 90; i tedeschi pagano 20 miliardi in meno di noi, i francesi 30, gli spagnoli 50. In Parlamento ci accapigliamo per spostare milioni da una parte all’altra del bilancio ma serve trovare le ricette giuste.”

Lasciare al centro l’agenda di governo dunque, che è l’equivalente di quegli impegni che l’Italia è tenuta a prendersi e mantenere in campo internazionale: la riduzione del costo del lavoro (utile non solo ad alleggerire la pressione fiscale su imprenditori e ad incentivare nuove assunzioni, ma anche ad attrarre investitori stranieri in Italia) e la riduzione del cuneo fiscale restano i due prossimi temi caldi che il governo si è impegnato ad affrontare.

Un governo che se non naviga a vista poco ci manca: il clima più rilassato che viene dalla Giunta per le immunità è in verità una vera e propria guerra fredda (nemmeno troppo) che sembra essersi pacificata solo nell’attesa di un qualche Godot.

Le “scelte giuste” che il governo deve fare però necessitano, ha spiegato Letta, di tranquillità: la sinergia creata tra ministero dell’Economia e ministero del Lavoro sta portando secondo il premier i risultati sperati, con azioni che si concentrano proprio sul taglio dei costi del lavoro, tema definito “il cuore” della politica di crescita.

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