Henry Kissinger, la Realpolitik da Premio Nobel nell’11 settembre cileno

40 anni fa Augusto Pinochet prendeva il potere in Cile con un colpo di stato appoggiato dall’allora segretario di Stato americano Kissinger: Premio Nobel per la pace al servizio della violenza

Il golpe il Cile dell’11 settembre 1973, la morte del presidente socialista Salvador Allende, l’inizio di un periodo sanguinario e di paura per la storia cilena, l’avallo di tutto questo da parte di un Premio Nobel per la pace: la storia ci consegna una sua brutta parte da comprendere, da studiare, ma che si può incardinare nelle polemiche degli ultimi giorni sulla Siria.

Obama, un Premio Nobel per la Pace che vuole la guerra in Siria per punire l’uso di armi chimiche da parte di Assad? Uno scandalo mai visto, penserebbe qualcuno. E invece la storia ci consegna qualcosa di diverso, di non inedito: era il 1973 quando il Segretario di Stato Henry Kissinger veniva insignito, con il vietnamita Le Duc Tho, del Premio Nobel per la Pace, ed era sempre il 1973 quando Augusto Pinochet bombardava La Moneda, il palazzo presidenziale di Santiago del Cile, con il beneplacito e l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti e dello stesso Kissinger, instaurando una delle dittature più sanguinarie e repressive del XX secolo.

Ma andiamo con ordine: fautore della Realpolitik americana, Henry Kissinger dal 1967 si batte per la pacificazione del Vietnam, una polveriera che rappresenta ad oggi l’unica sconfitta statunitense in una guerra. L’operazione di pace segreta, nome in codice Pennsylvania, si concretizza il 15 gennaio del 1973 con la sigla, a Parigi, con un accordo per il cessate il fuoco (la guerra continuerà fino al 1975).

Un accordo che consegnò nelle mani di Kissinger e Le Duc il Premio Nobel per la Pace, per il loro impegno, durato anni, per una risoluzione del conflitto vietnamita. Sempre nel 1973 lo stesso Kissinger negoziò la fine della guerra del Kippur, che vedeva fronteggiarsi Egitto e Siria ad Israele, che terminò ufficialmente nel 1978 a Camp David sotto la presidenza di Jimmy Carter.

Eppure, sempre nel 1973, lo stesso Henry Kissinger appoggio direttamente, e sostenne politicamente, la presa del potere del generale Augusto Pinochet: l’11 settembre 1973 l’esercito cileno bombardò prima ed assaltò poi il palazzo presidenziale in cui era asserragliato il presidente socialista Salvador Allende, amico intimo di Fidel Castro e contestatore dell’imperialismo statunitense. Allende si sparò con un kalashnikov regalatogli dallo stesso Castro e Pinochet instaurò un regime dittatoriale repressivo e sanguinario, che consumò una vera e propria carneficina di oppositori politici e personaggi avversi al nuovo potere politico.

Nel 2001 cominciarono ad essere formulate accuse precise nei confronti di Kissinger: la più pesante è quella che vuole l’ex Segretario di Stato americano coinvolto nell’omicidio del generale Renè Schneider Chereau, morto ammazzato a Santiago del Cile il 25 ottobre del 1970.

Il generale Schneider era Comandante in Capo dell’esercito durante le elezioni presidenziali cilene del 1970, che portarono Allende al potere, assassinato durante un tentativo di sequestro; la sua morte pose fine alla Dottrina Schneider, contaria all’intervento militare nella vita politica, aprendo le porte al golpe di Pinochet di tre anni dopo.

Il mantenimento della tradizione apolitica dell’esercito cileno non funzionò, probabilmente perchè non piaceva agli Stati Uniti (anche in virtù del fatto che un Presidente socialista democraticamente eletto nel medesimo continente non avrebbe portato nulla di buono, nelle politiche statunitensi).

Le inchieste aperte dal 2001 sul conto di Henry Kissinger portarono la magistratura francese, il 28 maggio del 2001, a spiccare un mandato di comparizione all’ex Segeratario di Stato per testimoniare sulla sparizione di cinque cittadini francesi nei primi giorni della dittatura di Pinochet, nel settembre 1973.

Kissinger lasciò la Francia la sera stessa per non farvi ritorno. Quello stesso anno anche il magistrato argentino Rodolfo Corral emise un mandato di comparizione per Kissinger, accusato di essere stato coinvolto nell’Operazione Condor, una massiccia operazione di politica estera americana su larga scala volta a tutelare l’establishment al potere in America Latina negli anni ’70 (e, con tutta probabilità, al rovesciamento della presidenza di Allende).

Nominato nel 2002 dal Presidente Bush membro a capo di una commissione incaricata di chiarire gli eventi dell’11 settembre 2001: dopo ferocissime polemiche, derivanti proprio dalle accuse di crimini di guerra nei suoi confronti, Kissinger stesso decise di dimettersi il 13 dicembre 2002.

“Ciò che mi interessa è quello che si può fare con il potere”

disse Henry Kissinger intervistato da Oriana Fallaci nel 1974.

Non è dunque la prima volta che un Premio Nobel per la Pace viene messo in discussione in virtù di un comportamento che stona considerevolmente con il titolo che porta: Obama ha già bombardato la Libia, ma una guerra in Siria certificherebbe il fallimento della diplomazia americana. Troppo, per un Premio Nobel.

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