Berlusconi tira la corda al limite. Il Pd fa melina. E se Napolitano “saluta” tutti?

Come dopo il cupo boato di un terremoto segue un sinistro silenzio, il Paese oggi vive, all’opposto, in uno stato paradossale di surplace, certo che il botto arriva.

Al di là degli “stop and go” – tattici se non strumentali – dettati da Silvio Berlusconi, lo spettro della crisi di governo si staglia sempre più chiaramente, con una unica prospettiva, quella delle elezioni politiche anticipate, addirittura a fine novembre, al massimo a maggio 2014, associate alle Europee.

Le risorse della politica – si dirà – sono infinite, ma qui si è toccato il fondo e si sta già scavando sotto. La possibilità che anche con la fine dell’alleanza fra Pdl e Pd – quindi con l’esecutivo Letta ko – non si giunga alle urne, esiste, quanto meno teoricamente.

Si può parlamentarizzare la crisi, rimandare Letta alle Camere e fare la conta, far capire agli italiani chi vuole il ko dell’esecutivo e chi no. Oppure, accettare le dimissioni e tentare un Letta-bis cercando i numeri da un eterogeneo e complesso processo di disarticolazione politica: una maggioranza “spuria” formata da Pd, Scelta civica, scissionisti “moderati” del Pdl, dissidenti di M5S, Gal, Lega.

Un guazzabuglio che difficilmente può decollare e ancora più difficilmente può governare l’Italia in queste condizioni. Tant’è che il Pd, almeno la sua parte di maggioranza, para aver già scartato tale eventualità che, comunque, avrebbe bisogno di transfughi del Pdl, ipotesi più volte invocata ma mai concretizzata fin qui. Chi, nel Pdl, è disposto ad abbandonare l’armata Berlusconi? Qualcuno ci aveva provato prima del voto di febbraio, salvo rientrare precipitosamente nelle truppe del Cav.

“E –scrive oggi su Avvenire.it Marco Iasevoli – quale legge elettorale può nascere da un coagulo di interessi così diversi? Ci sarebbero margini per un minimo di politica economica pro-crescita? Se la risposta a queste domande fosse un colossale silenzio, allora si correrebbe alle urne con quel Porcellum già sotto la lente della Consulta, con l’altissimo rischio di ritrovarsi nuovamente con un Senato senza una maggioranza chiara. Intanto altri mesi sarebbero passati invano e le riforme istituzionali resterebbero chiuse nel cassetto. E chissà quanto potrebbe costare ai partiti tradizionali aver tradito le attese su interventi minimi come la riduzione del numero dei parlamentari e l’eliminazione del finanziamento pubblico ai partiti”.

Soprattutto cosa costerebbe all’Italia e agli italiani. Il pallino, incandescente, è in mano al capo dello Stato. Potrebbe anche essere l’ultimo giro di valzer, con l’88enne presidente capace anche di fare le valige. Chi salverebbe, a quel punto, l’Italia?