Matteo Renzi, il rottamatore punta alla “rivoluzione radicale”

Sull’onda degli applausi alla festa di Genova Matteo Renzi dà ufficialmente il via alla corsa per la leadership del Partito Democratico. Le ovazioni arrivano quando il “rottamatore” grida che ci vuole una “rivoluzione radicale”, dimendicandosi di quel che ripeteva Lenin: “Le rivoluzioni si annunciano dopo averle fatte”.

Il sindaco di Firenze, nella mimica, nell’eloquio, nella comunicazione, non vuol certo rincorrere il padre della rivoluzione d’Ottobre, caso mai tenta di emulare il rais di Arcore, da lui ben conosciuto dopo il noto e discusso meeting a due nel villone brianzolo.

Come tutti i “rottamatori”, il giovine Matteo fa della bugia un’arte, superandosi quando ripete anche a Genova: “A chi mi dice che è renziano gli consiglierei un tso”. E giù applausi. Da mesi e mesi, in ogni federazione del Pd e in ogni sezione c’è una tessitura – questa sì di tipo leninista – per costruire la più forte e organizzata corrente del pidì, quella renziana.

Si usa il bastone e la carota e, con questo sistema … infallibile, a frotte, dirigenti di partito e delle istituzioni (governatori, presidenti di provincie, sindaci, assessori, capibastone ecc) hanno cambiato casacca. Persino in Emilia Romagna, Marche, Umbria, c’è stata la fuga da Pier Luigi Bersani –osannato fino a pochi mesi addietro – per infilarsi nella nuova casamatta in costruzione agli ordini perentori di Renzi.

Il sindaco di Firenze – va detto – ha più di una freccia valida da tirare dentro e fuori il partito, ma – nel vuoto che c’è – non è poi così difficile mettere insieme qualche frase ad affetto, più di propaganda che basata su una analisi politica generale e su una proposta coerente.

E se al congresso il rottamatore vuole “il voto degli uomini liberi e non dei renziani”, è implicito che Renzi si prepara alla sfida vera, quella per diventare premier, quando sarà. Questo è il punto. Anzi, questo è il vero (legittimo) obiettivo di Matteo: scalare il partito per guadagnarsi poi la poltrona di premier a Palazzo Chigi.

Altre volte, sempre, la base del Pd applaude fino a spellarsi le mani, il leader o il presunto leder di turno. Per poi fare dietrofront. Sarà così anche stavolta?

Anche per Renzi è giunto il momento di abbandonare la superficie ed entrare nel merito dei nodi del partito e del Paese. Scrive Stefano Folli sul Sole 24 Ore: “Quello che manca ancora, nel profilo di questo ottimo e astuto comunicatore che sa come si parla agli elettori, è la capacità di indicare temi e proposte. Non basta dire che occorre una rivoluzione radicale, il che è vero, occorre spiegare quali sono le priorità: e dirlo con esempi concreti, non generici. Renzi è abile, riesce a parlare insieme al pubblico di sinistra e a quello di destra che ormai sta abbandonando Berlusconi. Ma arriva il momento in cui bisogna spiegare con ben altra chiarezza cosa si vuole per l’Italia. E a questo fine non bastano gli applausi di fine estate”.

E, si sa, le campagne d’autunno sono difficili e anticipano quelle invernali, ancora più infide.