Storia delle larghe intese: l’accordo sulla Tav Torino-Lione, la proposta di Esposito

Le larghe intese. Prima del Governo Letta.

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La questione delle larghe intese affonda le sue radici nella notte dei tempi, naturalmente. Forse è addirittura figlia del compromesso storico e poi del pentapartito. Ma quali che siano le origini, è importante trarne insegnamenti per capire come recuperare il pensiero critico. Se non ci sono scelte, non ci sono diritti. Lo scrivevo ieri, modestamente e su Twitter, al nostro Presidente del Consiglio.

Ovviamente, senza ricevere risposta.

Per recuperare il pensiero critico, bisogna riscoprire le tematiche su cui Pd e Pdl sono sostanzialmente d’accordo. Tematiche che hanno prestato il fianco alla critica (dagli esiti per nulla deflagratori) di Beppe Grillo e del Movimento Cinque Stelle, che si sono rivelati un’opposizione fiacca e fiaccabile, perdendo l’occasione di incidere al governo.

Sulla Tav Torino-Lione, per esempio, Pd e Pdl hanno mostrato tutta la loro sinergia. Da tempo.

Ecco un intervento del pasdaran per eccellenza della Tav, il senatore Pd Stefano Esposito.

    «Il Partito Democratico da tempo ha assunto una posizione chiara e consolidata sulla necessità di realizzare la nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Tutti i passi necessari per coinvolgere i cittadini della Valle di Susa, dopo i guasti causati dal Governo di centro-destra, sono stati fatti e l’Osservatorio ha ben operato in questo complesso compito di dialogo e confronto.

    Alla luce di queste premesse, risulta gravemente sbagliata la scelta di alcuni esponenti del PD della Valle di Susa di stringere alleanze con liste ‘no TAV’, alleanze che paiono finalizzate meramente alla conquista del governo della Comunità Montana. Per realizzare questo obiettivo il PD valsusino rischia di far naufragare un punto programmatico fondamentale non solo per il partito regionale ma anche nazionale, mettendo in grave difficoltà la maggioranza in Regione Piemonte alla vigilia dell’importante appuntamento elettorale del 2010.

    Un atteggiamento che, peraltro, finisce con il favorire il centro destra che a parole si dichiara favorevole alla realizzazione della TAV, ma che nei fatti non mette a disposizione le risorse necessarie, riuscendo a mascherare al meglio le non poche difficoltà che albergano al suo interno, in particolare nei rapporti tra PDL e Lega Nord. Invitiamo, quindi, gli organi del partito, al di fuori di qualsiasi logica di calcolo congressuale, a verificare la possibilità di riaprire un confronto con le forze politiche ‘pro TAV’, ovvero con la PDL, chiedendo all’On. Osvaldo Napoli di pronunciarsi sulla propria disponibilità ad un accordo di questo tipo.

    Qualora questa strada non risultasse percorribile, allora, di fronte all’ipotesi di un “accordicchio scellerato” tra PD valsusino e liste ‘no TAV’, il Partito Democratico presenti una propria lista autonoma, senza allearsi con nessuno. Il dibattito congressuale in corso non può essere un alibi per non occuparsi dei problemi e delle questioni politicamente più rilevanti: come tutti ripetono, se è vero che ‘il Congresso passa e il partito resta’, allora il nodo TAV e le scelte degli esponenti democratici valsusini devono trovare la giusta attenzione e la necessaria risposta politica».

Come vedete, Esposito non usa mezzi termini. Pur di non avallare le liste No Tav, ecco che il paladino del “sì” alla grande opera propone un’alleanza con Lega Nord e Pdl.

Abbiamo già detto a lungo e più volte sulle ragioni del no alla grande opera, così come degli appelli di economisti, docenti e via dicendo a proposito dell’inutilità dell’opera stessa. Non è di questo che vogliamo occuparci, dunque.

Il punto è che la Tav Torino-Lione (e anche la repressione del movimento No Tav in quelle che vengono considerate le sue frange violente, con un’impressionante operazione mediatica volta a raccontare i “montanari” della Val di Susa di quando in quando come nullafacenti o come pericolosissimi sovversivi o come affetti dalla sindrome nimby, o come dei luddisti o simili) è diventata un argomento sul quale le larghe intese si sono formate prima della loro esplicitazione. Prima che il grande centro si palesasse, tutto unito e compatto a sostenere il governo Monti prima e il governo Letta poi.

E’ significativo, perché l’attenzione per una grande opera che dovrà essere realizzata – ammesso e non concesso che si faccia – con enorme dispendio di denaro pubblico per la sicurezza del cantiere e poi per l’opera stessa, un’attenzione prioritaria rispetto ad altre infrastrutture che potrebbero servire a migliorare la qualità della vita (e quindi anche il lavoro e l’economia, perché no) in ampie zone del paese, rispetto, per esempio, alla prevenzione e alla messa in sicurezza del territorio, è un chiaro scacco a chi pensa che il Pd sia un partito di sinistra e a chi, dal suo interno, lo definisce ancora tale.

Sulla Tav (che poi è Tac, visto che è per le merci, e che il traffico delle merci lungo quella tratta sia in diminuzione è comprovato dai numeri) Pd e Pdl sono vicini ed è uno degli argomenti che hanno consentito a Grillo di sperimentare e poi applicare la pericolosissima, deleteria, ma garante di un minimo di successo, del «tutti a casa, tutti uguali, Pdelle e Pdmenoelle».

Non è per la medesima visione grillina che parliamo della storia delle larghe intese. Ma è per aiutarci a recuperare, con calma, sul lungo periodo, un minimo di pensiero critico.

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