Berlusconi e il paradosso di ferragosto

Che fare? Berlusconi prende tempo, si trincera dietro al silenzio, 48 ore, forse 72 per fare una mossa. Ma quale? Ad Arcore si cerca una strada, stretta, impervia, senza possibilità di grandi svolte. Non ci sono mosse buone.

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Berlusconi potrebbe (tecnicamente) far cadere il governo, ma forse non gli conviene (perché sarebbe incandidabile). Gli converrebbe (politicamente, per rinsaldare il consenso dei fan) far cadere il governo, ma forse non può (perché perderebbe quel minimo di protezione garantita da Napolitano fra le righe).

Ad Arcore ci sono 29 gradi. L’umidità è tollerabile, ma il cielo è parzialmente nuvoloso e fa sembrare l’afa più forte di quanto non sia.

Silvio Berlusconi è nella sua villa. Chissà, forse nella sua sala proiezione indulge ancora una volta e guarda il film su di sé: non ci è dato saperlo, ma visto il personaggio, ci stupirebbe?

E’ con la figlia Marina – che proprio non vuole scendere in campo a raccogliere l’eredità del padre, oppure fa pretattica – e con la giovanissima e mediatica fidanzata, Francesca Pascale (quella del calippo o, se preferite, quella del «me lo state uccidendo», vedete voi).

Il pranzo di ferragosto è condiviso con gli avvocati Franco Coppi, Piero Longo e Niccolò Ghedini, che oggi recita la parte del falco e propende per il no. No a chiedere la grazia. Non se ne parla neanche. Sarebbe come ammettere la colpevolezza. Lo pensa anche Berlusconi, lo scrive Libero.

Da Albenga a Salerno, da Grado a Fano si levano in volo gli aerei che trascinano gli striscioni «Forza Italia» e «Forza Silvio». Manca giusto «Silvio Libero».

Ma lui, Silvio, è lì, ad Arcore, nel contesto familiar-avvocatizio che lo circonda. Libero racconta anche di un Gianni Letta che l’avrebbe fermato dal sollevar il telefono e mandare tutto all’aria.

Ed è qui che arriviamo al paradosso. Silvio Berlusconi è protagonista del più grande paradosso della storia politica della Repubblica Italiana (questo non è sufficiente a renderlo un grande statista, né a fargli fare un monumento in piazza). E’ contemporaneamente l’unico che ha tutti gli interessi a mantenere lo status quo che, tutto sommato, ha contribuito a creare, ma anche l’unico che ha tutta la voglia di far saltare il banco.

E’ Berlusconi che può far cadere il governo delle larghe intese. Se lo facesse, compatterebbe attorno a sé i “falchi”, quelli che lo hanno sempre seguito nelle sue battaglie, quelli che odiano i comunisti, quelli che commentano su Libero che gli aerei dovrebbero servire per «mitragliare un po’ di feccia rossa».

Ma al tempo stesso, se lo facesse, si dovrebbe prendere la responsabilità del crollo di un sistema sostanzialmente affine a quello che Berlusconi rappresenta: alla destra neoliberista, al capitalismo finanziario, all’europeismo del mercato. Non solo. Se lo facesse, perderebbe anche quel minimo di protezione che Napolitano sembra avergli prospettato con la sua nota. E Napolitano, migliorista fino al midollo, non garantirebbe più protezione a uno che distruggesse il suo sogno di pacificazione che annienta la sinistra e appiattisce il dibattito e la dialettica politica.

In questo momento, realisticamente, è Berlusconi l’ago della bilancia per tutti coloro che tifano per la fine delle larghe intese. Anche chi vuole (da sinistra, quella non rappresentata in parlamento. Ma pure da destra) che il governo Letta finisca e che finisca il lungo biennio ancora non concluso del “senso di responsabilità” e della “strana maggioranza”, non ha altre speranze se non che Berlusconi ribalti il tavolo.

E poi? Le conseguenze di questo gesto, imprevedibili, inchiodano Berlusconi nel paradosso dell’estate. Silvio vuole ma non può, potrebbe ma non vorrebbe, dovrebbe ma non potrebbe. E se fosse lui, l’artefice dell’immaginario asteroide di Tifiamo Asteroide (la raccolta di racconti di cui i Wu Ming sono mandanti morali, e in cui si vagheggia la fine del governo Letta)? Sarebbe proprio un paradosso con tutti i crismi, no?

Ad Arcore l’afa percepita è decisamente superiore a quei 29° con 51% di umidità che segnano termometri e barometri. E nella realtà, i paradossi, che su carta sono divertenti da leggere, somigliano molto all’impossibilità di agire.

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