Pusher morto dopo l’arresto. Una vicenda che divide l’opinione pubblica

Lo spacciatore è morto per asfissia violenta. Indagati tre carabinieri per omicidio colposo

di guido

Non accennano a placarsi le polemiche sulla morte di Kaies Bohli, lo spacciatore tunisino morto la sera dello scorso 5 giugno, dopo essere stato arrestato dai carabinieri di Santo Stefano al mare, vicino Sanremo. Secondo i risultati dell’autopsia, diramati nei giorni scorsi, il tunisino è deceduto per “asfissia violenta”, e il procuratore Roberto Cavallone ha usato termini durissimi parlando di “responsabilità dello Stato”:

Nella morte di Bohli Kayes c’è la responsabilità dello Stato. Perché al di là di quello che poteva aver commesso, in quel momento o in passato, la vita è sacra, e quando un cittadino italiano o straniero, chiunque esso sia, è nella disponibilità delle Istituzioni, la sua integrità fisica deve essere assolutamente tutelata

Questi i fatti: la sera del 5 giugno, intorno alle 19:00, tre carabinieri intervengono per arrestare Bohli, che all’arrivo delle forze dell’ordine dà in escandescenze e c’è una breve colluttazione nel corso della quale il tunisino rimedia delle escoriazioni di poco conto cercando di scappare oltre il guard rail di un parcheggio. I carabinieri riescono a bloccare il pusher ammanettandolo mani e piedi per evitare, secondo la loro testimonianza, che scalciasse. Nel corso del trasporto in caserma, Bohli avrebbe un malore, tanto che all’arrivo a Riva Ligure si accascia e poco dopo muore. Alla Asl1 di Imperia rivelano solo qualche segno di colluttazione in linea con il racconto dell’arresto. La morte però è stata causata da asfissia violenta.

Quindi non si tratta né di un nuovo caso Cucchi, né di una morte per assunzione di sostanze stupefacenti, piuttosto di una replica del caso Aldovrandi, anche se con le dovute differenze: l’asfissia deriverebbe dalla compressione della gabbia toracica, e la responsabilità dei carabinieri, secondo la relazione del procuratore Cavallone, sarebbe fuori dubbio. Tanto che i tre sono stati tutti trasferiti in attesa dell’esito delle indagini per omicidio colposo. Indagini che dovranno chiarire cosa è accaduto in quei 30 minuti tra l’arresto del pusher e la chiamata al 118 dalla caserma, 30 minuti durante i quali Bohli è passato dal tentativo di fuga all’arrivo in caserma in fin di vita.

Ma, a complicare le cose, arriva la relazione di servizio dei tre carabinieri, secondo cui Bohli era già sofferente quando è stato caricato in auto, e avrebbe pronunciato la frase “Qualche infame me lo ha messo nel c…”, riferendosi a qualcosa avvenuto prima dell’arrivo dell’Arma. Il rapporto di servizio spiega che Bohli sarebbe stato caricato di peso sull’auto come se avesse già iniziato a sentirsi male. Una circostanza in contraddizione sia con quanto si sapeva finora, sia con il fatto stesso che Bohli sia stato ammanettato mani e piedi per evitare la sua reazione.

Intanto, però, l’opinione pubblica si spacca. I quotidiani liguri ospitano una discussione senza fine in cui spiccano numerosi attestati di solidarietà ai carabinieri, e intanto la polemica coinvolge la politica locale ma è arrivata anche a lambire quella nazionale. Immancabile l’esternazione di Carlo Giovanardi del Pdl, che si è fatto le ossa sul caso Cucchi, e che attacca frontalmente il procuratore Cavallone: “È francamente inaccettabile leggere di Procuratori che decidono la colpevolezza dei Carabinieri prima ancora di accertare la dinamica dei fatti diffondendo in tutto il mondo una immagine devastante del nostro Paese”.