Renzo Bossi si dimette dal Consiglio Regionale della Lombardia

Dopo il padre, anche il figlio. Il trota dice addio al Consiglio Regionale.


Renzo Bossi si è dimesso dal Consiglio Regionale della Lombardia. Dopo che il padre Umberto aveva lasciato la segreteria di partito, anche “il trota” ha scelto di fare un passo indietro per accontentare una base inferocita dal tradimento. Se per Umberto Bossi vi avevo proposto un po’ di cosucce da ricordare, col figlio è più complicato. Per il padre erano dieci, facciamo cinque per figlio.

C’è meno epica, e anche l’anagrafe è quella che è, essendo Renzo Bossi nato nel 1988. Ma val la pena di provarci comunque.

Non c’è tre senza quattro. Il rapporto di Renzo Bossi con i banchi scolastici è sempre stato complicato, basti pensare che arrivò a conseguire la maturità al quarto tentativo. Renzo tagliò l’ambito traguardo nell’anno scolastico 2008/2009, giusto in tempo essere candidato alle elezioni regionali lombarde del 2010, quelle in cui fu eletto insieme a Nicole Minetti. Personalità distanti Bossi jr e Minetti, ma entrambi simboli del nepotismo e della anti-meritocrazia di Lega Nord e PdL al tramonto, entrambi simboli mai andati giù anche a buona parte dell’elettorato di centro destra.

Lo stipendio. Già, lo stipendio da Consigliere Regionale. Il primo giorno in Consiglio a chi gli chiedeva se non fossero troppi quegli oltre diecimila euro mensili, Renzo Bossi rispose così:

«Ho compilato tutti i moduli da consigliere, tranne quello per gli adempimenti bancari, non è quello il mio interesse. Dal mio papà mi è stata trasmessa la passione per un programma politico e vivo quella passione»

Era il maggio 2010: facendo due conti e facendoli a spanne, arrivando a oggi si tratterà di qualcosa come 25 mensilità – non ho idea se esistano tredicesime o quattordicesime in Consiglio Regionale. In ogni caso, 25 x 10.000 = 250.000.

Chi gli voleva bene. Roberto Castelli al tempo delle elezioni regionali diceva ad AdnKronos:

Renzo Bossi espressione del territorio, la sua candidatura è stata richiesta dagli organismi di Brescia. Il suo è un atto di coraggio perché presentarsi a poco più di 20 anni di fronte agli elettori è difficile e io mi tolgo il cappello. Essere figli di grandi padre può essere molto pesante – ha detto Castelli – ma può anche temprare e per lui vale la seconda cosa. Non c’è stato nessun trattamento di favore – assicura Castelli –

Ok: fatevi la battuta da soli.

Le gaffe. Certo, è come sparare sulla croce rossa con un bazooka e poi incendiare quel che è rimasto. Certo, è come un rigore a porta vuota con il campo in discesa e il vento a favore. Ma le gaffe di Renzo Bossi sono chicche di comicità involontaria che ci lasciano di ottimo umore: forse non tanto ottimo, ripensando a come abbiamo speso le mensilità di cui vi dicevo prima. Scriveva La Provincia di Varese

Dal celebre verbo coniugato male, durante il giro di Padania («È giusto che gli atleti che corrono e danno spettacolo si lascino proseguere» ). Passando per le dichiarazioni rilasciate a Gavirate durante l’inaugurazione del centro canottieri Australiani («rappresenta un ponte tra Varese e l’Australia, quindi sarà possibile trovare tanti canadesi in giro per la città»). Finendo nel divertentissimo video in difesa di internet e dei mezzi di comunicazione online (…) Evidente la mancanza di carica emotiva e lo sforzo mnemonico messo in atto per ricordare ogni parola

Si dice spesso che un’immagine vale più di mille parole. In questo caso è meglio un video.

Sporty Renzo. Renzo Bossi è certamente l’uomo dello sport padano. Ricopre la carica di team manager della nazionale padana di calcio, che sembrerà una boutade a molti di voi che ci leggono lontano dalla Lombardia, ma esiste. Direte: “Ma la nazione non esiste, esiste la nazionale di calcio? Strano”. Sì in effetti è strano, ma funziona così: gli scontri sono tra nazioni non riconosciute a livello internazionale – ma dalla NF Board, invenzione dell’ex avvocato di Bosman, ve lo ricordate? – per cui i match sono Padania vs Lapponia, oppure Kurdistan vs Provenza. Da non trascurare anche il ciclismo, con il Giro di Padania. Scriveva Bruno Marino ai tempi – settembre 2011 –

Ivan Basso, contagiato dal trust di cervelli leghisti presenti alla manifestazione, ha dichiarato che “noi eravamo in bici per correre. Era una festa dello sport. Qui la politica non c’entra”. A pensarci bene, però, Basso ha ragione: la Politica, quella vera, non c’entra proprio nulla.

Foto | ©TMNews

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