Delitto Biagi: 10 anni fa la morte del giuslavorista

Anniversario dell’omicidio di Marco Biagi, mentre il tema del lavoro rimane attuale

di guido


Era la sera del 19 marzo 2002 quando Marco Biagi, giuslavorista e consulente del Ministero del lavoro, veniva ucciso da un commando di terroristi delle Nuove Brigate Rosse davanti alla sua abitazione a Bologna. Meno di un anno dopo il governo Berlusconi varò la legge 30/2003, detta appunto Legge Biagi, che riformava il mercato del lavoro riprendendo molte delle idee che il giuslavorista aveva espresso nel suo “Libro bianco”.

Oggi, a 10 anni esatti da quel delitto, i colpevoli sono stati assicurati alla giustizia e i meriti di Marco Biagi e della sua opera vengono riconosciuti (e rivendicati) da tutte le parti politiche e sociali, ma il tema della riforma del mercato del lavoro è ancora in primo piano, vista la necessità di migliorare alcuni aspetti della Legge 30 (come la tutela dei lavoratori precari) e completarla in alcuni punti, come l’articolo 18.

Biagi, che fu consulente dei ministri Treu, Bassolino e Maroni, era un sostenitore della flessibilità in entrata sia come modo per creare nuova occupazione, sia come rimedio alle controversie giudiziarie sui licenziamenti. La Legge 30 ha introdotto i co.co.pro e altri tipi di contratti flessibili: secondo i suoi sostenitori, questo ha permesso di regolarizzare rapporti di lavoro già esistenti e poco regolamentati, secondo i critici ha solo aumentato la precarietà soprattutto fra i giovani.


Il delitto Biagi ebbe anche uno sgradevole strascico che portò alle dimissioni dell’allora ministro dell’Interno Claudio Scajola (uno che alle dimissioni ci ha fatto il callo). A Biagi era infatti stata da poco tolta la scorta, nonostante le minacce ricevute, e Scajola, ai giornalisti che gli chiedevano il motivo di questa scelta, rispose così:

“A Bologna hanno colpito Biagi che era senza protezione ma se lì ci fosse stata la scorta i morti sarebbero stati tre. Non fatemi parlare. Figura centrale Biagi? Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza.”

Inevitabili le scuse affrante, ma pochi giorni dopo Scajola lasciò il ministero degli Interni.

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