Anniversario del rapimento Moro: 34 anni fa la strage di via Fani

Renata Polverini e Nicola Zingaretti alla commemorazione

di andreas


Il 16 marzo del 1978 gli Anni di piombo entravano nella fase più acuta con la strage di via Fani, quando due carabinieri a bordo dell’auto di Moro e i tre poliziotti della scorta furono uccisi dal commando delle Brigate Rosse che rapì il presidente della Dc Aldo Moro.

Quasi due mesi di ricerche non portarono nessun risultato. Il corpo di Moro fu ritrovato a Roma il 9 maggio, nel bagagliaio di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani, una traversa di via delle Botteghe Oscure a Roma dando il via allo scatenarsi delle teorie investigative più controverse in cui si sono trovati coinvolti tutti i nomi caldi della storia recente italiana – i servizi segreti, la mafia, la banda della Magliana – e si sono sviscerate le possibili implicazioni di chi, allora, guidava l’Italia: il primo ministro Andreotti e il ministro degli Interni Cossiga.

Alla commemorazione di oggi sono presenti il premier Monti, il presidente della Repubblica Napolitano, il presidente della provincia di Roma Zingaretti e la presidente del Lazio Polverini, e il ministro Cancellieri che ricorda: “Aldo Moro è un uomo che ha segnato la vita politica del Paese e va ricordato, ma non vanno mai dimenticati i ragazzi della sua scorta che sono morti per adempiere il loro dovere”.

Mentre nelle parole dei politici, come sempre in questi casi, trionfa la retorica, vale la pena di rileggere le righe meno politically correct scritte sulla vicenda, quelle di Leonardo Sciascia ne “L’affaire Moro”.

La polemica mossa l’anno avanti da alcuni esponenti del Partito Comunista Italiano contro chi mostrava di non amare svisceratamente lo Stato – lo Stato italiano così com’era; fece da ouverture a quel melodramma di amore allo Stato che sulla scena italiana grandiosamente si recitò dal 16 marzo al 9 maggio del 1978. E vittime di questa grandiosa messa in scena – come schiacciati dalle massicce quinte, dai massicci fondali – sembravano essere coloro che non nutrivano grande amore per lo Stato o per lo Stato italiano così com’era; ma la vera vittima ne era Aldo Moro.
Moro non era stato, fino al 16 marzo, un «grande statista». Era stato, e continuò ad esserlo anche nella «prigione del popolo», un grande politicante: vigile, accorto, calcolatore; apparentemente duttile ma effettualmente irremovibile; paziente ma della pazienza che si accompagna alla tenacia; e con una visione delle forze, e cioè delle debolezze, che muovono la vita italiana, tra le più vaste e sicure che uomo politico abbia avuto. E proprio in ciò stava la sua peculiarità: nel conoscere le debolezze e nell’avere adottato una strategia che le alimentasse dando al tempo stesso, a chi quelle debolezze portava, l’illusione che si fossero mutate in forza.

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