Riforma costituzionale: le solite (poche) promesse?

Taglio dei parlamenti, più poteri al premier, bicameralismo eventuale

di andreas


Per essere una bozza di riforma costituzionale di cui si è parlato per anni, quella che è stata finalmente presentata è un po’ poca roba: taglio dei parlamentari del 20%, ringiovanimento dell’età d’accesso alle camere, rafforzamento dei poteri del premier e la nascita del misterioso “bicameralismo eventuale”. A guardar bene, la cosa davvero positiva è che nell’era Monti è possibile che partano le famose riforme condivise. Merito del nuovo clima politico, anche se andando nel dettaglio si scopre che la bozza presentata da Luciano Violante del Pd, Gaetano Quagliariello del Pdl, Ferdinando Adornato dell’Udc e Italo Bocchino di Fli non è poi rivoluzionaria.

Il castello della nuova Italia si regge su tre architravi fondamentali. Il primo è quello della «forte rappresentanza», che prevede un riduzione del venti per cento numero dei parlamentari. I deputati saranno quindi 508, otto dei quali della circoscrizione estera. «La ripartizione – si legge nel testo – si effettua dividendo per 500 il numero degli abitanti e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti». I senatori saranno invece 204, quattro provenienti dall’estero. A Palazzo Madama la Val d’Aosta avrà un rappresentante e il Molise due, tutte le altre regioni almeno cinque.

Si era sempre parlato di dimezzamento dei parlamentari, nella bozza la riduzione si riduce al 20%. E se mai la riunione prevista in settimana tra i leader dei poli per decidere il da farsi dovesse dare parere positivo, difficile non pensare che nei prossimi passaggi la sforbiciata non si ridurrà ulteriormente, visti i precedenti. La seconda parola d’ordine della possibile riforma è il “largo ai giovani” dettato dall’abbassamento dell’età necessaria per accedere alle camere, che passa da 25 a 21 nel caso della Camera, e da 40 a 35 nel caso del Senato. Niente di trascendentale.

Le promesse che sentiamo da anni di una Camera unica per velocizzare l’iter legislativo vengono sostituite da una formula che solo i migliori burocrati potevano immaginare: “bicameralismo eventuale”. Che significa?

Il testo è fumoso ma l’obiettivo è quello di arrivare al ‘bicameralismo eventuale’: si garantisce una divisione per materia fra Camera e Senato, cui spetterebbero competenze più ‘regionali’ (a Palazzo madama si istituisce la commissione ‘paritetica’ per le questioni regionali composta dai presidenti delle assemblee rappresentative delle regioni e delle province autonome di Trento e Bolzano). Nei casi dubbi, saranno i presidenti dei due rami del Parlamento a decidere, d’intesa, dove inizia l’iter di una legge. L’altra ha il potere di richiamo, ma ha l’obbligo di approvazione entro 15 giorni. Resta la doppia lettura per le riforme costituzionali, leggi di bilancio e comunitarie, i trattati internazionali.

Letta così, non sembra che la procedura si semplifichi particolarmente, anche se si cerca di dare un maggiore senso alla presenza di due rami del Parlamento rendendo il Senato l’organo che si occupa delle materie regionali. Il punto simbolicamente più importante è però quello del rafforzamento dei poteri del primo ministro, riforma che punta a rendere l’Italia una repubblica semi-presidenziale. E visti i recenti trascorsi, la cosa non è poi così rassicurante.

La bozza prevede un rafforzamento di Palazzo Chigi e dei suoi poteri. Per la fiducia al premier è sufficiente la maggioranza semplice, per la sfiducia (solo costruttiva, cioè con l’indicazione di una nuova maggioranza e di un nuovo capo del governo) servirà invece la maggioranza assoluta. Infine, la grande svolta: il presidente del Consiglio potrà chiedere al capo dello Stato la nomina e la revoca dei ministri e lo scioglimento delle Camere.

Dopo anni di discussione, la riforma di cui è stata presenta la bozza non incide così a fondo nei meccanismi che regolano la politica italiana, e infatti è stata subito ribattezzata riforma “light”. Resta comunque un simbolo del rinnovato clima italiano di dialogo fra partiti che fino a ieri si scannavano, anche se sulla possibilità che questa piccola riforma vada in porto restano molti dubbi. Anche senza stare a pensare a cosa succederà dopo il 2013, per capire se c’è la possibilità che il cammino della bozza prosegua ancora un po’ basterà attendere le amministrative, e vedere che effetto avranno le prime elezioni sulla pacificata (?) politica italiana.

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