Stipendi dei manager: arriva il tetto (forse)

Approvata in commissione la norma che fissa un tetto agli stipendi nella P.A.

di guido


Nuova puntata della telenovela sugli stipendi dei manager della Pubblica Amministrazione. Stavolta il governo sembra averla spuntata, superando i paletti che nei giorni scorsi sembravano destinati ad affossare l’iter della proposta di legge. Secondo la linea approvata dalle Commissioni Affari costituzionali e Lavoro della Camera, lo stipendio dei manager pubblici non potrà superare i 300.000 euro l’anno, anche se sono previste delle deroghe e i tempi. Peccato che le modalità di attuazione della norma non siano ancora chiari, e in molti prevedono una valanga di ricorsi.

Tutto era cominciato con la pubblicazione degli stipendi dei manager della P.A., nell’ambito dell’operazione trasparenza voluta da Monti. Così si era venuto a sapere che le retribuzioni dei dirigenti pubblici italiani sono molto più alte di quelle dei loro omologhi all’estero: il più ricco è Antonio Manganelli, capo della Polizia, che guadagna 621.253,75 euro l’anno. Il capo dell’FBI, come ricordato da Maurizio Crozza a Ballarò, ha uno stipendio base di 112.000 euro l’anno circa, mentre il capo di Scotland Yard percepisce meno di 300.000 euro l’anno e quello della polizia spagnola 71.000 euro. Ma non è l’unico esempio di super-stipendio, anche il Segretario Generale dello Stato, Mario Canzio, e il Capo dell’Amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, con oltre 500.000 euro superano di gran lunga i colleghi stranieri.

Perciò il governo aveva presentato una norma attuativa di quanto previsto dal decreto Salva Italia, imponendo un tetto di circa 300.000 euro (in realtà 294.000) agli stipendi dei manager pubblici, con effetto immediato. Ma subito dalle commissioni era arrivato lo stop: da un lato la bozza dei relatori Bruno e Moffa presentava una disparità di trattamento, includendo i dirigenti delle amministrazioni centrali ma non quelli degli enti locali; dall’altro prevedeva di intervenire sulle retribuzioni già in essere, violando il divieto di “reformatio in peius” (cioè di toccare diritti già acquisiti) e dando quindi adito a una valanga di ricorsi.

Alla fine però il governo ha avuto la meglio ed è riuscito a far passare il commissione la sua linea, con alcune modifiche in senso restrittivo rispetto alla bozza dei relatori. Per quanto riguarda le obiezioni, il governo ha annunciato che verrà presentato un emendamento al decreto semplificazioni per estendere la norma sia ai dirigenti degli enti locali, sia a quelli delle Authority. Un emendamento del PD include nella norma anche gli stipendi dei dirigenti Rai, mentre il governo si riserva alcune deroghe al tetto in caso di “posizioni di più alto livello di responsabilità”. Il provvedimento è passato con il solo voto contrario della Lega, che aveva proposto invece un tetto di 122.000 euro lordi e senza deroghe.

Ma la partita non finisce qui. Il testo così come verrà presentato in Parlamento, a detta di molti è ancora a rischio di ricorsi. Linda Lanzillotta dell’Api ha dichiarato al “Fatto quotidiano” che la norma porterà a una “cascata di ricorsi, molto probabilmente accolti” da parte dei manager colpiti. Il rischio è che, oltre a non riuscire a stabilire un tetto retributivo, i ricorsi risultino assai onerosi per lo Stato, portando non a un risparmio ma addirittura a un aggravio dei costi. Perciò diventa probabile che, nonostante le rassicurazioni del governo, il tetto diventi operativo solo per il futuro e non per i contratti in corso, magari con un meccanismo di gradualità partendo dagli stipendi più alti.

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