20 anni di Tangentopoli. Ma il ddl anticorruzione slitta ancora

Il ministro Severino rinvia l’approvazione del ddl anticorruzione

di guido


Esattamente 20 anni fa, il 17 febbraio 1992, la procura di Milano nell’ambito dell’indagine “Mani Pulite” arrestava in flagranza di reato Mario Chiesa, esponente del PSI e presidente del Pio Albergo Trivulzio. Cominciava così Tangentopoli (espressione coniata dal giornalista di Repubblica Piero Colaprico), l’inchiesta che ha travolto la Prima Repubblica.
In breve tempo, Chiesa confessò e cominciò a raccontare i particolari di un sistema di corruzione ramificato che coinvolgeva tutti gli aspetti della vita pubblica e politica (oltre a lanciare la carriera di Antonio Di Pietro).

Corruzione in Parlamento e nella Pubblica Amministrazione, finanziamenti ai partiti, trasparenza nella gestione degli appalti e dei fondi pubblici: tutto quello che da Tangentopoli in poi sembrava dover cambiare per sempre si ripresenta oggi come se nulla fosse successo.
Le inchieste sugli appalti pubblici sono all’ordine del giorno (vedi alla voce “cricca”), il caso Lusi ha riproposto il problema dei finanziamenti ai partiti, presenti e passati, e ieri la Corte dei Conti ha lanciato l’allarme sulla corruzione in Italia, una piaga da 60 miliardi l’anno.

Eppure proprio ieri, a breve distanza dalla relazione del Presidente della Corte dei Conti Giampaolino, il ministro della Giustizia Paola Severino ha annunciato il rinvio della discussione in Aula del ddl anti-corruzione, il disegno di legge volto a inasprire le pene per chi si macchia di reati nella Pubblica Amministrazione.

Il ddl era calendarizzato per il 27 febbraio, ma subirà uno slittamento (anche se si tratterebbe di “uno spostamento contenuto nel tempo”) affinché il governo, dopo il passaggio in Commissione Giustizia e Affari Costituzionali della Camera, possa prendere tempo ed esaminare con più calma il “grande lavoro parlamentare” che ha reso il disegno di legge corposo e complesso. Una decisione che non ha mancato di scatenare le ire di Di Pietro.

Ma questo è solo l’ultimo di una lunga serie di slittamenti per il ddl, messo in cantiere nel 2010, ai tempi del governo Berlusconi, ma mai convertito in legge. L’approvazione sembrava cosa rapida, ma si sa che quando si vuole affossare una legge in Parlamento, basta infilarla in un labirinto di emendamenti, rimpallarla tra aule e commissioni e il gioco è fatto. Così, anche se il ddl era stato varato a febbraio 2010 dal Consiglio del ministri, a maggio Schifani rinviava la discussione in commissione, e a novembre Bocchino accusava il presidente del Senato di “fare la guardia” perché la legge restasse nel cassetto.

Si è arrivati così al 2011, con pressanti richieste da parte dell’opposizione per tornare a discutere in Aula. Finalmente a giugno il ddl arriva in Senato, ma il governo va subito sotto su un emendamento presentato da Lucio Malan, esponente della maggioranza, che prevedeva l’istituzione di un coordinamento delle iniziative contro la corruzione presieduto dal presidente del Consiglio. Un aspetto ritenuto inaccettabile dall’opposizione ma anche da una parte della maggioranza. Dopo questo passo falso, un nuovo rinvio a settembre e poi un ulteriore slittamento. Dopo la caduta di Berlusconi, la discussione doveva tenersi il 27 febbraio, e ora quest’altro stop. Vedremo mai il ddl anticorruzione diventare legge?

Foto | ©TMNews

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