Ore 12 – Pd “tramortito” dalle primarie. Bersani cerca il bandolo della matassa

Merita tornare su quanto successo nelle primarie di Genova (più o meno come in precedenza a Firenze, Milano, Napoli ecc.) perché pur riguardando più direttamente il Pd, la questione investe la prospettiva del centro-sinistra e gli sviluppi politici dell’intero Paese. La mitizzazione (o la ideologizzazione) delle primarie, sin dall’inizio, ha prodotto più danni che vantaggi

Merita tornare su quanto successo nelle primarie di Genova (più o meno come in precedenza a Firenze, Milano, Napoli ecc.) perché pur riguardando più direttamente il Pd, la questione investe la prospettiva del centro-sinistra e gli sviluppi politici dell’intero Paese.

La mitizzazione (o la ideologizzazione) delle primarie, sin dall’inizio, ha prodotto più danni che vantaggi al Partito democratico, incapace, anche dopo rovinose prove, di regolamentare questo pur importante strumento, non privo di limiti e strumentalizzazioni. Bersani, dopo ogni batosta, dice che bisogna “riflettere” e “modificare”, poi non succede mai niente e si ricade nella stessa trappola.

Anche a Genova sono venuti al pettine nodi irrisolti legati a candidature inadeguate e/o imposte, al moltiplicarsi di faide interne in perenne lotta per il potere personale e di cricche amiche. Per molti il partito è utilizzato come un autobus su cui salire e da cui scendere a seconda delle convenienze.

Tuttavia, questi pesanti limiti rischiano di “coprire” il problema numero uno, quello politico. Non pesa solo il rapporto “ambiguo” con il governo Monti: euforia per la presunta vittoria per l’uscita del Cavaliere da Palazzo Chigi, sostegno all’esecutivo dei prof con mille distinguo, incapacità nell’azione di partito di lotta e di governo, rischio di essere solo portatori d’acqua pagandone pegno alle urne.

C’è ben di più: il Pd è tutt’ora privo di strategia politica, è senza identità, non ha definito le proprie alleanze. Gli italiani non sanno ancora cos’è il Pd e cosa vuole. Resta quella “amalgama non riuscita” di dalemiana memoria. Il Pd non ha una base politico-culturale comune.

Scrive Emanuele Macaluso sul Riformista: “Penso che il Pd richiami una storia dimezzata (Togliatti cancellato, Nenni dimenticato, Berlinguer ricordato solo per la questione morale, Craxi disprezzato, i laici accantonati, i soli da ricordare sono De Gasperi e Moro)”.

Dove porta questo? A restare in mezzo al guado, rimirando la foto di Vasto (Bersani, Vendola, Di Pietro) e allo stesso tempo corteggiando Casini, puntando a diventare la componente italiana del Partito socialista europeo, ma restandone fuori, una anomalia con un proprio gruppo parlamentare europeo, “socialisti e democratici”, mal sopportato dagli ex diccì, che non vogliono coabitare in un partito europeo, con i socialisti. Regge ancora il collante dell’antiberlusconismo per tenere unito un partito così?

Insiste Macaluso: “In Europa la sinistra democratica è espressa dai partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti. Il Pd, non solo non aderisce al Partito socialista europeo, ma non vuole nemmeno, pur restando Pd, una Federazione di partiti socialisti e democratici”.

Appunto, né carne né pesce. A Genova e altrove i dirigenti e i candidati del Pd hanno le loro colpe. Ma i mali veri del Partito democratico sono altrove. E più profondi.