Il Messaggio del Presidente della Repubblica – Cosa ha detto Giorgio Napolitano

Ecco quel che ha detto Giorgio Napolitano nel suo messaggio di fine anno.

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Il messagio di fine anno del Presidente della Repubblica comincia con un ringraziamento per il calore con cui è stato accolto ovunque sia andato per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Italia Unita. Parte dall’unità, Napolitano, per le sue prime parole, che esaltano le qualità dell’Italia e degli italiani.

Poi parla della crisi finanziaria ed economica, con toni cui siamo ormai abituati:

E’ un fatto che l’emergenza resta grave. E’ faticoso guadagnare credibilità, dopo aver perduto pesantemente terreno. I nostri buoni del tesoro restano sotto attacco. Il debito pubblico pesa come un macigno. Lo sforzo di risanamento del bilancio, culminato nell’ultimo decreto approvato dal Parlamento, deve essere portato avanti con rigore. Nessuna illusione possiamo farci a questo riguardo.

Poi l’ottimismo: «I sacrifici non saranno inutili».

Quindi, i nuovi cavalli di battaglia che sentiamo già sbandierare da tempo dal nuovo governo: lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, necessità delle riforme delle pensioni, necessità dell’aumento della produttività del mondo del lavoro, il rigore finanziario e la crescita, l’obiettivo di aumentare l’occupazione qualificata.

L’Italia può e deve farcela. La nostra società deve uscirne più serena e più giusta, più dinamica, più aperta, più coesa.

Non c’è alcuna novità politica, insomma, in quel che dice Giorgio Napolitano. Che ammette che ci vogliono sacrifici per tutti (senza dire, ma non ce n’è bisogno, perché ormai lo sappiamo) che quei tutti sono i soliti; poi invita ad avere fiducia nell’integrazione europea (senza ammettere che non si tratta affatto di integrazione, ma di unità monetaria: sono cose molto diverse), e quindi, oltre all’unità italiana, invita ad aver fiducia nell’unità europea.

Il Presidente della Repubblica concede a Berlusconi di aver preso atto della situazione con le sue dimissioni e dà merito alle forze di maggioranza e di opposizione che appoggiano il governo Monti (con buona pace della democrazia, ovviamente. Anche questo Napolitano non lo dice). Poi, come in un calderone, cita gli immigrati che restano stranieri che non si possono integrare, le ristrettezze economiche dei meno agiati, le prospettive difficili per i giovani, l’emergenza carceri e il dissesto idrogeologico. Giustifica le missioni militari come missioni di pace e saluta i militari italiani che si fanno onore all’estero.

Infine, la chiosa ottimistica:

«Occorrono coraggio civile e sguardo rivolto con speranza fondata verso il futuro. La fiducia in noi stessi è il solido fondamento su cui possiamo costruire, con spirito di coesione».

Dopo il salto, il testo integrale.

    MESSAGGIO DI FINE ANNO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO

    Roma, 31 dicembre 2011

    Buona sera e buon anno. E innanzitutto, grazie. E’ un
    grazie che debbo a tanti di voi, a tanti italiani, uomini e
    donne, di tutte le generazioni e di ogni parte del paese,
    per il calore con cui mi avete accolto ovunque mi sia
    recato per celebrare la nascita dell’Italia unita e i suoi
    150 anni di vita. Grazie per la partecipazione sentita e
    significativa a quelle celebrazioni, per lo spirito di
    iniziativa che si è acceso nelle più diverse istituzioni e
    comunità, accompagnando uno straordinario risveglio di
    memoria storica e di mobilitazione civile, e portando le
    celebrazioni del Centocinquantenario a un successo, per
    quantità e qualità, superiore anche alle previsioni più
    ottimistiche. 2
    Il mio è, in sostanza, un grazie per avermi trasmesso
    nuovi e più forti motivi di fiducia nel futuro dell’Italia.
    Che fa tutt’uno con fiducia in noi stessi, per quel che
    possiamo sprigionare e far valere dinanzi alle avversità :
    spirito di sacrificio e slancio innovativo, capacità di
    mettere a frutto le risorse e le riserve di un’economia
    avanzata, solida e vitale nonostante squilibri e punti
    deboli, di un capitale umano ricco di qualità e
    sottoutilizzato, di un’eredità culturale e di una creatività
    universalmente riconosciute.
    Non mi nascondo, certo, che nell’animo di molti, la
    fiducia che ho sentito riaffiorare e crescere nel ricordo
    della nostra storia rischia di essere oscurata, in questo
    momento, da interrogativi angosciosi e da dubbi che
    possono tradursi in scoraggiamento e indurre al
    pessimismo. La radice di questi stati d’animo, anche
    aspramente polemici, è naturalmente nella crisi
    finanziaria ed economica in cui l’Italia si dibatte.
    Ora, è un fatto che l’emergenza resta grave : è
    faticoso riguadagnare credibilità, dopo aver perduto
    pesantemente terreno ; i nostri Buoni del Tesoro –
    nonostante i segnali incoraggianti degli ultimi giorni – 3
    restano sotto attacco nei mercati finanziari ; il debito
    pubblico che abbiamo accumulato nei decenni pesa come
    un macigno e ci costa tassi di interesse pericolosamente
    alti. Lo sforzo di risanamento del bilancio, culminato
    nell’ultimo, così impegnativo decreto approvato giorni fa
    dal Parlamento, deve perciò essere portato avanti con
    rigore. Nessuna illusione possiamo farci a questo
    riguardo. Ma siamo convinti che i frutti non
    mancheranno. I sacrifici non risulteranno inutili. Specie
    se l’economia riprenderà a crescere : il che dipende da
    adeguate scelte politiche e imprenditoriali, come da
    comportamenti diffusi, improntati a laboriosità e
    dinamismo, capaci di produrre coesione sociale e
    nazionale.
    Parlo dei sacrifici, guardando specialmente a chi ne
    soffre di più o ne ha più timore. Nessuno, oggi – nessun
    gruppo sociale – può sottrarsi all’impegno di contribuire
    al risanamento dei conti pubblici, per evitare il collasso
    finanziario dell’Italia. Dobbiamo comprendere tutti che
    per lungo tempo lo Stato, in tutte le sue espressioni, è
    cresciuto troppo e ha speso troppo, finendo per imporre 4
    tasse troppo pesanti ai contribuenti onesti e per porre una
    gravosa ipoteca sulle spalle delle generazioni successive.
    Nella seconda metà del Novecento, il benessere
    collettivo è giunto a livelli un tempo impensabili
    portando l’Italia nel gruppo delle nazioni più ricche. Ma
    a partire dagli anni Ottanta, la spesa pubblica è cresciuta
    in modo sempre più incontrollato, e ormai insostenibile.
    E c’è anche chi ne ha tratto e continua a trarne indebito
    profitto : a ciò si legano strettamente fenomeni di
    dilagante corruzione e parassitismo, di diffusa illegalità
    e anche di inquinamento criminale. Né, quando si parla
    di conti pubblici da raddrizzare, si può fare a meno di
    mettere nel mirino l’altra grande patologia italiana : una
    massiccia, distorsiva e ingiustificabile evasione fiscale.
    Che ci si debba impegnare a fondo per colpire corruzione
    ed evasione fiscale, è fuori discussione. Sapendo che è
    un’opera di lunga lena, che richiede accurata
    preparazione di strumenti efficaci e continuità : ed è
    quanto si richiede egualmente per un impegno di
    riduzione delle disuguaglianze, di censimento delle
    forme di ricchezza da sottoporre a più severa disciplina, 5
    di intervento incisivo su posizioni di rendita e di
    privilegio.
    Ma mentre è giusto, anzi sacrosanto, fare appello
    perché si agisca in queste direzioni, è necessario
    riconoscere come si debba senza indugio procedere alla
    puntuale revisione e alla riduzione della spesa pubblica
    corrente : anche se ciò comporta rinunce dolorose per
    molti a posizioni acquisite e a comprensibili aspettative.
    Per procedere con equità si deve innanzitutto stare
    attenti a non incidere su già preoccupanti situazioni di
    povertà, o a non aggravare rischi di povertà cui sono
    esposti oggi strati più ampi di famiglie, anche per effetto
    della crescita della disoccupazione, soprattutto giovanile.
    Ma più in generale occorre definire nuove forme di
    sicurezza sociale che sono state finora trascurate a favore
    di una copertura pensionistica più alta che in altri paesi o
    anche di provvidenze generatrici di sprechi.
    Bisogna dunque ripensare e rinnovare le politiche
    sociali e anche, muovendo dall’esigenza pressante di un
    elevamento della produttività, le politiche del lavoro :
    per la fondamentale ragione che il mondo è cambiato,
    che l’epicentro della crescita economica – e anche di 6
    quella demografica – si è spostato lontano dall’Europa, e
    non solo il nostro paese, ma il nostro continente vedono
    ridursi il loro peso e i loro mezzi, e debbono rivedere il
    modo di concepire e distribuire il proprio benessere, e
    concentrare i loro sforzi nel guadagnare nuove posizioni
    e opportunità nella competizione globale. Senza mettere
    in causa la dimensione sociale del modello europeo, il
    rispetto della dignità e dei diritti del lavoro.
    Mi si consenta una piccola digressione personale :
    vengo da una lontana, lunga esperienza politica
    concepita e vissuta nella vicinanza al mondo del lavoro,
    nella partecipazione alle sue vicende e ai suoi travagli.
    Mi sono formato, da giovane, nel rapporto diretto,
    personale con la realtà delle fabbriche della mia Napoli,
    con quegli operai e lavoratori. E’ un sentimento e
    un’emozione che ho visto rinnovarsi in me ogni volta che
    ho visitato da Presidente una fabbrica, incontrandone le
    maestranze. Comprendo dunque, e sento molto, in questo
    momento, le difficoltà di chi lavora e di chi rischia di
    perdere il lavoro, come quelle di chi ha concluso o sta
    per concludere la sua vita lavorativa mentre sono in via
    di attuazione o si discutono ancora modifiche del sistema 7
    pensionistico. Ma non dimentico come nel passato, in più
    occasioni, sia stata decisiva per la salvezza e il progresso
    dell’Italia la capacità dei lavoratori e delle loro
    organizzazioni di esprimere slancio costruttivo, nel
    confronto con ogni realtà in via di cambiamento, e
    anche di fare sacrifici, affermando in tal modo, nello
    stesso tempo, la loro visione nazionale, il loro ruolo
    nazionale.
    Non è stato forse così negli anni della ricostruzione
    industriale, dopo la liberazione del paese? Non è stato
    forse così in quel terribile 1977, quando c’era da
    debellare un’inflazione che galoppava oltre il 20 per
    cento e da sconfiggere l’attacco criminale quotidiano e
    l’insidia politica del terrorismo brigatista?
    Guardiamo dunque con questa consapevolezza alle
    grandi prove che abbiamo davanti : come superare i
    rischi più gravi di crisi finanziaria per il nostro paese, e
    come reagire alle minacce incombenti di recessione.
    L’Italia può e deve farcela ; la nostra società deve
    uscirne più severa e più giusta, più dinamica,
    moralmente e civilmente più viva, più aperta, più coesa. 8
    Rigore finanziario e crescita. Crescita più intensa e
    unitaria, nel Nord e nel Sud, da mettere in moto con
    misure finalizzate alla competitività del sistema
    produttivo, all’investimento in ricerca e innovazione e
    nelle infrastrutture, a un fecondo dispiegarsi della
    concorrenza e del merito. E’ a queste misure che ha
    annunciato di voler lavorare il governo, nel dialogo con
    le parti sociali e in un rapporto aperto col Parlamento.
    Obbiettivo di fondo : più occupazione qualificata per i
    giovani e per le donne.
    Si è diffusa, ormai, la convinzione che dei sacrifici
    siano inevitabili per tutti : ma la preoccupazione
    maggiore che emerge tra i cittadini, è quella di assicurare
    un futuro ai figli, ai giovani. E’ questo obbiettivo che
    può meglio motivare gli sforzi da compiere : è questo
    l’impegno cui non possiamo sottrarci.
    Perseguire questi obbiettivi, uscire dalle difficoltà in
    cui non solo noi ci troviamo è impossibile senza un più
    coerente sforzo congiunto al livello europeo. E’
    comprensibile che anche in Italia si manifesti oggi
    insoddisfazione per il quadro che presenta l’Europa9
    unita. Ma ciò non deve mai tradursi in sfiducia verso
    l’integrazione europea.
    Quel che abbiamo costruito, insieme, tenacemente, è
    stato decisivo per garantirci sempre di più pace e unità
    nel nostro continente, progresso in ogni campo, crescente
    benessere sociale, salvaguardia e affermazione nel
    mondo dei nostri comuni interessi e valori europei.
    E oggi, ben più di cinquant’anni fa, solo uniti
    potremo ancora progredire e contare come europei in un
    quadro mondiale radicalmente cambiato. All’Italia tocca
    perciò levare la sua voce perché si vada avanti verso una
    più conseguente integrazione europea, e non indietro
    verso anacronistiche chiusure e arroganze nazionali.
    Occorrono senza ulteriori indugi scelte adeguate e
    solidali per bloccare le pressioni speculative contro i
    titoli del debito di singoli paesi come l’Italia, perché il
    bersaglio è l’Europa, ed europea dev’essere la risposta.
    Risposta in termini di stabilità finanziaria e insieme
    di rilancio dello sviluppo. E non ci siamo.
    Particolarmente sottovalutata è la prospettiva della
    recessione, con tutte le sue conseguenze. In quanto
    all’Italia, è tempo che da parte di tutti in Europa si 10
    prendano sul serio e si apprezzino le dimostrazioni che il
    nostro paese ha dato e si appresta a dare, pagando prezzi
    non lievi, della sua adesione a principi di stabilità
    finanziaria e di disciplina di bilancio, nonché del suo
    impegno per riforme strutturali volte a suscitare una più
    libera e intensa crescita economica. Abbiamo solo da
    procedere nel cammino intrapreso, anche per far meglio
    sentire, in seno alle istituzioni europee – in condizioni di
    parità – il nostro contributo a nuove, meditate decisioni
    ed evoluzioni dell’Unione.
    In questo senso sta svolgendo il suo mandato il
    governo Monti, la cui nascita ha costituito il punto
    d’arrivo di una travagliata crisi politica di cui il
    Presidente del Consiglio, on. Berlusconi, poco più di un
    mese fa, ha preso responsabilmente atto. Si è allora
    largamente convenuto che il far seguire
    precipitosamente, all’apertura della crisi di governo, uno
    scioglimento anticipato delle Camere e il conseguente
    scontro elettorale, avrebbe rappresentato un azzardo
    pesante dal punto di vista dell’interesse generale del
    paese. Di qui è venuto quel largo sostegno in Parlamento
    al momento della fiducia al governo, con una scelta di 11
    cui va dato merito a forze già di maggioranza e già di
    opposizione.
    E’ importante ora che l’Italia possa contare su una
    fase di stabilità e di serenità politica. Ciò non toglie che
    ogni partito mantenga la sua fisionomia e si caratterizzi
    in Parlamento con le sue proposte rispetto all’azione che
    l’esecutivo deve portare avanti. Soprattutto, un vasto
    campo è aperto per l’iniziativa dei partiti e per la ricerca
    di intese tra loro sul terreno di riforme istituzionali da
    tempo mature. Queste sono necessarie anche per creare
    condizioni migliori in vista di un più costruttivo ed
    efficace svolgimento della democrazia dell’alternanza
    nello scenario della nuova legislatura dopo il ritorno alle
    urne.
    Mi auguro che i cittadini guardino con attenzione,
    senza pregiudizi, alla prova che le forze politiche
    daranno in questo periodo della loro capacità di
    rinnovarsi e di assolvere alla funzione insostituibile che
    gli è propria di prospettare e perseguire soluzioni per i
    problemi di fondo del paese. Non c’è futuro per l’Italia
    senza rigenerazione della politica e della fiducia nella
    politica. 12
    Solo così ci porteremo, nei prossimi anni, all’altezza
    di quei problemi di fondo che sono ardui e complessi e
    vanno al di là di pur scottanti emergenze. Avvertiamo
    quotidianamente i limiti della nostra realtà sociale,
    confrontandoci con la condizione di quanti vivono in
    gravi ristrettezze, con le ansie e le incertezze dei giovani
    nella difficile ricerca di una prospettiva di lavoro. E
    insieme avvertiamo i limiti del nostro vivere civile,
    confrontandoci con l’emergenza della condizione
    disumana delle carceri e dei carcerati, o con quella del
    dissesto idrogeologico che espone a ricorrenti disastri il
    nostro territorio, o con quella di una crescente presenza
    di immigrati, con i loro bambini, che restano stranieri
    senza potersi, nei modi giusti, pienamente integrare.
    Ci si pongono dunque acute necessità di scelte
    immediate e di visioni lungimiranti. Occorre una nuova
    “forza motivante” perché si sprigioni e operi la volontà
    collettiva indispensabile ; occorrono coraggio civile e
    sguardo rivolto “con speranza fondata verso il futuro”.
    Questo ci hanno detto nei giorni natalizi alte voci
    spirituali. Esse si sono in effetti rivolte al più vasto
    mondo in cui si collocano i travagli della nostra Italia e 13
    della nostra Europa. Un mondo nel quale sono emerse di
    recente nuove correnti e forze portatrici di aspirazioni
    alla libertà e alla giustizia, ma anche difficoltà e
    tensioni, e ancora feroci repressioni. Mentre restano
    aperti antichi focolai di contrapposizione e di conflitto, e
    si manifestano ciechi furori religiosi, fino a dar luogo a
    orribili stragi di comunità cristiane.
    L’Italia non può restare, e non resta, estranea a ogni
    possibile iniziativa di pace e umanitaria : come dice la
    nostra partecipazione – anche con dolorosi sacrifici di
    giovani vite – a quelle missioni militari e civili
    internazionali che vedono migliaia di nostri connazionali
    farsi onore. Nel salutarli e ascoltarli in occasione del
    Natale, ho colto accenti confortanti di alto senso di
    responsabilità e di forte vocazione al servizio del bene
    comune.
    Sono accenti che colgo, qui in Italia, in tante
    occasioni di incontro con le molteplici espressioni
    dell’universo della solidarietà, del volontariato,
    dell’impegno civile. Sono accenti che trovo in lettere
    toccanti che mi vengono indirizzate da persone anziane,
    da giovani e ragazzi, da uomini e donne che raccontano i 14
    loro propositi operosi e le loro esperienze. Lasciatemi
    dunque ripetere : la fiducia in noi stessi è il solido
    fondamento su cui possiamo costruire, con spirito di
    coesione, con senso dello stare insieme di fronte alle
    difficoltà, dello stare insieme nella comunità nazionale
    come nella famiglia.

    E allora apriamoci così al nuovo anno: facciamone
    una grande occasione, un grande banco di prova, per il
    cambiamento e il nuovo balzo in avanti di cui ha bisogno
    l’Italia.

    A voi tutti, con affetto, buon 2012 !