Trent’anni fa l’omicidio del Procuratore Bruno Caccia

Ma ci sono ancora aspetti poco chiari sulla morte del magistrato piemontese

di guido,

Era la sera del 26 giugno 1983, le 23:30, quando il Procuratore Capo di Torino Bruno Caccia uscì di casa per portare a spasso il cane. Era domenica, e il magistrato aveva congedato la scorta per il giorno di festa. Sotto casa lo attendevano due sicari che esplosero da un’auto 17 colpi di pistola, uccidendolo.

Bruno Caccia, nato a Cuneo nel 1917, aveva lavorato a Torino dal 1941 al 1964 fino a ricoprire il ruolo di sostituto procuratore, e poi era stato trasferito ad Aosta come Procuratore. Nel 1967 tornò a Torino, prima come Procuratore Aggiunto e poi, dal 1980, come Procuratore Capo. Nella procura torinese Caccia si era occupato di diverse indagini “calde”, come quella che scoprì un giro di tangenti nella giunta comunale, e istituì i primi processi contro le Brigate Rosse e Prima Linea. Inoltre, Caccia indagò – e fu tra i primi – sulle infiltrazioni mafiose al Nord.

Subito dopo l’omicidio, le indagini si concentrarono sul terrorismo, e infatti le Brigate Rosse rivendicarono il delitto con un comunicato. Ma si trattava di una rivendicazione falsa, smentita subito dalle indagini. Indagini che però faticarono a trovare la pista giusta, indirizzandosi comunque sugli ambienti dell’eversione, prima di estrema sinistra e poi di estrema destra (si parlò del coinvolgimento dei neofascisti dei Nar). Per arrivare alla verità ci sono voluti quasi dieci anni di false piste e coinvolgimenti poco chiari.

La svolta arrivò con le dichiarazioni di un pentito, Francesco Miano, boss del Clan dei Catanesi a Torino, che venne avvicinato dai servizi segreti. Miano raccontò di aver partecipato a riunioni delle ‘ndrine calabresi per organizzare l’omicidio di Caccia, perciò i servizi segreti lo inviarono con un registratore nascosto a parlare con altri detenuti e ottenere informazioni. Emerse che il mandante dell’omicidio era Domenico Belfiore, che ammise (in una conversazione registrata) con Miano di aver ordinato l’esecuzione del magistrato (“Per Caccia dovete riconoscenza solo a me”). Belfiore venne incriminato e condannato all’ergastolo nel 1993, mentre gli esecutori materiali non sono stati trovati.

Ma non è solo per questo che il caso non può dirsi ancora del tutto chiuso, il movente del delitto rimane però poco chiaro: Caccia indagava sulle infiltrazioni ‘ndranghetiste in Piemonte, ma come lui altri magistrati. La sentenza definitiva della Cassazione spiega che il movente va ricercato nel fatto che Caccia era “incorruttibile e con lui non ci poteva essere trattativa”. Una spiegazione troppo vaga che continua a non convincere i figli di Bruno Caccia, che proprio in occasione del trentennale della morte e delle manifestazioni in onore del magistrato hanno chiesto la riapertura delle indagini.

Gli elogi fanno piacere a chi ha avuto Bruno Caccia come familiare o amico; l’analisi storica è piuttosto un dovere: […] sta diventando sempre più chiaro è che l’assassinio di Bruno Caccia non è stato un gesto isolato, progettato in autonomia da un boss locale (unico condannato) e compiuto dalla mano di due sicari ancora oggi sconosciuti, ma è stato qualcosa di più complesso, un delitto commesso non tanto e non solo perché Bruno Caccia era un magistrato integerrimo, quanto per tutelare concretamente gli enormi interessi che dal suo operato potevano essere messi a rischio.

Negli anni, si è parlato di servizi segreti deviati e collusioni tra istituzioni e criminalità organizzata, visto che le ultime indagini di Caccia vertevano proprio sui rapporti tra boss e membri delle istituzioni: il tutto nella migliore tradizione dei grandi misteri italiani. Inoltre nel 2009 è stata scovata un’intercettazione del giudice Olindo Canali (indagato dalla Procura di Reggio Calabria) che rivela di aver trovato la falsa rivendicazione delle BR a casa dell’avvocato di Rosario Pio Cattafi, boss mafioso. Avvocato che oggi è sotto inchiesta nell’ambito dell’indagine sulla trattativa tra Stato e mafia, accusato di essere il contatto tra la mafia catanese e i servizi segreti. Per questo il legale della famiglia Caccia ha chiesto la riapertura delle indagini per approfondire i rapporti tra Cattafi e il Sisde, le cui conversazioni documentate vertevano proprio sulle indagini della procura torinese.

Foto cascinacaccia.acmos.net