Rassegna stampa estera: l’Italia, dopo Berlusconi

Ora che “lui” non c’è più, anche la stampa straniera è spiazzata: come giudicare l’Italia del post-Berlusconi?


Per mesi, anni, leggere la rassegna stampa estera di polisblog, ha significato scorrere le elucubrazioni dei corrispondenti stranieri sul complicato del rapporto del nostro paese con il Cavaliere.

Ora che “lui” non c’è più (almeno per un po’), i giornali stranieri, come quelli nostrani, sono un po’ spiazzati. Tutto dovrebbe essere diverso, eppure non molto è cambiato. Questa almeno l’opinione del sudafricano The Media Online:

Di tutti i paesi della UE, i Reporter senza Frontiere (RSF) hanno posizionato l’Italia al fondo della classifica nel loro Indice mondiale della libertà di stampa del 2010. Ed è la “mancanza di autonomia dalla politica” dei media italiani che fa guadagnare al paese il discutibile titolo di “malato d’Europa”, come lo scienziato politico Chris Hanretty lo definisce nel suo libro del 2010, Italy Today. Da quando è salito al potere nel 1994, tutti hanno accusato solitamente il magnate dei media Silvio Berlusconi. (..) Le recenti dimissioni di Berlusconi a seguito della crisi del debito pubblico hanno suscitato qualche speranza di rinascita politica nel Paese in cui egli era stato, almeno secondo i suoi critici, una presenza oppressiva sulla scena politica per i precedenti 17 anni. Ad ogni modo, i media italiani probabilmente continueranno a godere di limitata autonomia dalla politica, anche senza Berlusconi al potere.

Hanretty fa presente che la “pressione proveniente dai politici precede l’entrata di Berlusconi in politica” e il sistema dei media “è affetto dalla stessa malattia che affligge l’Italia in generale: una limitata capacità di portare avanti serie riforme strutturali”. (..) Hanretty afferma che l’interferenza politica nei media è parte di una malattia sistemica che affligge l’Italia. Secondo lui e Hardy, i quotidiani italiani hanno storicamente trovato difficoltà nel guadagnare qualcosa, e così hanno teso a farsi sovvenzionare da attori politici. Questo ha portato allo sviluppo di un sistema in cui è considerato normale per partiti politici, chiese, sindacati e simili finanziare e allo stesso tempo controllare i propri giornali. La parte positiva di tutto ciò è la pluralità di voci che ne deriva, che è considerato essere un fattore favorevole perché permette l’espressione di una diversità di opinioni. Ma tutto questo non vale più quando la proprietà dei media è concentrata, il che risulta inevitabilmente nella mancanza di una fonte di opinioni alternativa.

Il New York Times ha titolato su “Re Giorgio” Napolitano, passato “da figura cerimoniale a silenzioso e potente mediatore politico d’Italia“:

Anche dopo le dimissioni di Berlusconi, l’idea di sostituire il suo governo con un governo tecnico non era affatto scontata. ‪L’ex primo ministro della coalizione di centro-destra era molto orientato per avere le elezioni anticipate, e alcuni dell’ex coalizione hanno definito il governo Monti come un colpo di stato anti-democratico. ‪Ma in un nuovo ordine in cui i mercati vincono sui tradizionali processi democratici, il presidente Obama, il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno chiamato Napolitano durante la delicata transizione, per esprimere il loro sostegno alla sua leadership, telefonate generalmente viste come un tacito appoggio per un governo Monti anziché ad elezioni anticipate. ‪È stato un chiaro segno di quanto in alto Napolitano, senza parlare del resto del mondo, sia arrivato negli ultimi anni della sua carriera. Tempo fa, l’idea che un presidente americano potesse ringraziare Napolitano, che era essenzialmente il ministro degli esteri del Partito Comunista italiano, o anche solo chiamarlo al telefono, era impensabile.

La tedesca Die Zeit, fino a ieri molto critica verso Berlusconi e il suo conflitto di interessi, saluta con favore il passaggio di Passera da Banca Intesa al governo del paese, che molti in Italia hanno giudicato criticamente.

Non è un caso, che il nuovo capo del governo italiano Mario Monti abbia scelto un banchiere come ministro per l’industria e lo sviluppo economico. Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa San Paolo, la seconda banca più importante d’Italia, conosce molto bene il difficile rapporto tra banche ed’industria. Il messaggio implicito: Non si può raggiungere una riduzione del debito pubblico senza un industria forte. E non può esserci un industria forte senza buoni banchieri.

Insomma, ai lettori (italiani e stranieri) conviene stare in guardia. Il rischio è che nel post Berlusconi la stampa estera, proprio come quella nostrana, passi dall’intrasigenza alla tolleranza nei confronti dei soliti “mali italiani”. Che sono ancora lì, al 90%.

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