Caso Yara, il procuratore di Bergamo contro il sensazionalismo di Alfano

Non è la prima volta che gli annunci trionfali del ministro Alfano mettono in imbarazzo gli investigatori

Il procuratore capo di Bergamo Francesco Dettori non ha preso bene l’annuncio sensazionalistico del ministro Angelino Alfano di ieri, quando ha convocato stampa e tv al Viminale per propagandare l’arresto di Massimo Giuseppe Bossetti, sospettato di essere l’omicida di Yara Gambirasio.

Il retroscena a margine del fermo del presunto (ed è giusto continuare a definirlo tale) assassino di Yara rivela come il malcostume di “sbattere il mostro in prima pagina” non sia una pulsione esclusivamente giornalistica (ieri sera ogni editore televisivo di primo piano ha trasmesso in diretta il proprio approfondimento sulla vicenda).

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha convocato ieri la stampa al Viminale per dare, in anteprima assoluta, la notizia del fermo dell’uomo:

“Le Forze dell’Ordine, d’intesa con la Magistratura, hanno individuato l’assassino di Yara Gambirasio. Secondo quanto rilevato dal profilo generico in possesso degli inquirenti, l’assassino della piccola Yara è una persona del luogo, dunque della Provincia di Bergamo. Nelle prossime ore, saranno forniti maggiori dettagli. Ringraziamo tutti, ognuno nel proprio ruolo, per l’impegno massimo, l’alta professionalità e la passione investiti nella difficile ricerca di questo efferato assassino che, finalmente, non è più senza volto.”

Il “Gazzettino” degli Interni, qualche ora più tardi, ha inoltre rincarato la dose dichiarandosi soddisfatto del “grande risultato” frutto di un lavoro “tecnico-scientifico” di magistrati e forze dell’ordine:

“La presunzione di innocenza vale per tutti e vale anche in questo caso saranno gli inquirenti, gli investigatori a fornire tutti gli elementi relativi all’indagine che ha portato all’arresto dell’uomo.”

Parole che non hanno fatto piacere al procuratore capo di Bergamo Dettori, che si è mostrato piuttosto infastidito dal sensazionalismo del titolare del Viminale (che pure è stato anche Guardasigilli durante l’ultimo governo Berlusconi e che quindi dovrebbe conoscere bene le dinamiche della comunicazione in materia giudiziaria); l’annuncio di Alfano infatti ha letteralmente scatenato, come era prevedibile, il balletto mediatico di rito, con frotte di giornalisti e cameraman giunti come mosche sul miele nel bergamasco per raccontare l’arresto di “Ignoto 1”:

“Era intenzione della Procura mantenere il massimo riserbo. Questo anche a tutela dell’indagato in relazione al quale, secondo la Costituzione, esiste la presunzione di innocenza.”

ha detto il magistrato, secondo quanto riporta Repubblica. Le parole di ieri di Alfano suonano effettivamente come una sentenza di Cassazione, quando in verità non sono altro che una presunzione di colpevolezza non prevista da quel poco di stato di diritto che resta in Italia.

Già in passato nella vicenda dell’omicidio di Yara le accuse a persone innocenti, come quelle che portarono all’arresto di Mohamed Fikri sulla base di traduzioni errate delle intercettazioni, si erano rivelate, appunto, solo accuse infondate.

Se tuttavia pensiamo che la prova del dna possa essere la vera “pistola fumante” nella vicenda occorre riportare la mente alle cronache di Garlasco: il dna di Chiara Poggi sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi era, per la procura di Vigevano, la prova che inchiodava il ragazzo.

I precedenti di Angelino Alfano

Non è la prima volta che Angelino Alfano si lascia andare a dichiarazioni sensazionalistiche a margine di attività investigative, operazioni di polizia, arresti eccellenti.

A gennaio, ad esempio, Alfano aveva snocciolato alcuni particolari di un’indagine in corso su una rapina ad una gioielleria del centro di Milano, particolari che gli inquirenti erano incredibilmente riusciti a tenere lontano dalle “grinfie” dei giornalisti. Ma non avevano fatto i conti con il ministro che, in visita proprio a Milano, convocava i giornalisti nella stessa gioielleria rapinata, in via della Spiga, e annunciava:

“Chiunque compia rapine o furti deve sapere che lo Stato è più forte! […] Sarebbero gli stessi che hanno colpito la gioielleria Vertigo a Firenze a luglio. Voglio ringraziare le forze dell’ordine e la magistratura per questo importante risultato. La sicurezza in questa città sarà assicurata.”

Nessun nome, nessun altro dato che potesse permettere ai cronisti di sbattere romeni e moldavi in prima pagina, ma la frittata era fatta e il rospo che carabinieri, polizia e magistratura dovettero ingoiare per la gloria del vicepremier fu parecchio duro da digerire. Altro curioso episodio, in questo caso Alfano mostrò anche di essere maleinformato, riguarda l’omicidio di tre bimbe piccole per mano della madre a Lecco, nel marzo scorso.

I sospetti ricadono immediatamente sulla madre, come la cronaca di Crimeblog di quel giorno scrive chiaramente: erano stati gli stessi inquirenti ad indicare ai giornalisti la direzione delle indagini. La donna si trovava, quella mattina, letteralmente piantonata in ospedale; ma per Alfano le cose non stavano così:

“Noi non daremo scampo a chi ha compiuto questo gesto efferato. Inseguiremo l’assassino sinché non l’avremo preso e poi lo faremo stare in carcere sino alla fine dei suoi giorni.”

Nessun inseguimento, per fortuna: dopo circa 20 minuti alcuni telegiornali rendono nota la notizia del fermo per la madre dei piccoli, dopo poche ore è già il tempo degli approfondimenti e dei retroscena e del laconico tweet di Alfano: “Enorme tristezza”.

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