Yara Gambirasio: la storia. Dall’omicidio all’arresto del presunto assassino

Massimo Giuseppe Bossetti il presunto assassino di Yara Gambirasio secondo gli inquirenti, le indagini classiche e la prova del DNA. Ecco la storia di un caso di cronaca lungo quattro anni.

La storia dell’omicidio di Yara Gambirasio è durata tre anni e mezzo, fino a oggi, giorno in cui il suo presunto assassino è stato catturato. Tutto comincia infatti il 26 novembre 2010, quando Yara, 13 anni, scompare dal suo paese di Brembate di Sopra, provincia di Bergamo. È uscita dalla palestra in cui praticava lo sport di cui era una giovane promessa: la ginnastica ritmica. La palestra si trova ad appena 700 metri da casa sua, ma sono pochi metri sufficienti perché di lei si perdano le tracce. Prima di svanire nel nulla, sono le 18.47, risponde a un’amica via sms, il cellulare viene agganciato dalla cella di Mapello, un comune distante circa tre chilometri da Brembate, poi più nulla.

Neanche dieci giorni dopo, il 5 dicembre 2010, il muratore marocchino Mohamed Fikri, che lavorava a Mapello, paese molto vicino a Brembate, viene fermato a bordo di una nave diretta a Tangeri. Contro di lui ci sono delle intercettazioni ambientali in cui sembra che lui confessi l’omicidio, ma si tratta di una traduzione sbagliata. L’uomo è innocente, le sue vacanze erano programmate da tempo e la sua posizione viene rapidamente archiviata.

Una settimana dopo, il 12 dicembre, la madre di Yara parla per la prima volta con i mass media, facendo sapere di sentire attorno a lei e alla figlia un “grande affetto”. Passano più di due mesi senza che nient’altro accada, se non depistaggi e lettere anonime causate da mitomani che, ovviamente, non aiutano lo svolgersi delle indagini.

È invece il 26 gennaio che la prima grossa novità nelle indagini arriva: si trova finalmente il corpo di Yara, dopo tre mesi precisi dalla scomparsa, ritrovato in un campo di Chignolo d’Isola, circa a una decina di chilometri di distanza da Brembate. La ragazzina è stata uccisa sul posto, appurano le indagini, colpita da alcune coltellata e poi assiderata al freddo.

Altri cinque mesi passano senza che nulla succeda, siamo al 28 maggio 2011: giorno del funerale di Yara, in cui al palazzetto dello sport si ritrovano migliaia di persone e arriva anche un messaggio del presidente Napolitano. Ma è il 15 giugno 2011 che arriva una nuova fondamentale svolta, la prima dopo il ritrovamento del cadavere: gli investigatori isolano una traccia di dna maschile sugli slip della ragazza che non era suscettibile di contaminazione causale. Si risale al dna dell’assassino, il cui profilo genetico non era tra i 2.500 raccolti in quei mesi dagli investigatori.

A settembre 2012, il 18, nasce la “pista di Gorno”. Viene trovato del dna parzialmente compatibile, nessuno di quella cerchia familiare è l’assassino, ma il cerchio inizia a chiudersi. Infine viene trovato su una marca da bollo di una vecchia patente il dna di Giuseppe Guerinoni, sposato e padre di due figli, morto a 61 anni nel 1999, dna simile a quello trovato sul corpo di Yara. Non può essere l’omicida, ovviamente, e nemmeno altri famigliari dell’uomo, che non sono compatibili. Non può quindi che essere un figlio illegittimo, nasce la pista di Ignoto 1.

Il 7 marzo 2013 viene riesumata la salma di Giuseppe Guerinoni, il padre biologico dell’assassino. Nonostante i dubbi sollevati dalla famiglia di Yara, tutto torna, come ulteriormente confermato dalla consulenza dell’anatomopatologa Cattaneo (siamo al 10 aprile 2014). La svolta finale oggi, quando a una donna che aveva avuto una relazione con Guerinoni viene fatto il tampone e l’esame del dna, ripetuto due volte. Con la certezza che fosse lei la madre dell’assassino, e Guerinoni il padre, è stato prelevato il presunto assassino, Massimo Giuseppe Bossetti: il suo Dna è ritenuto sovrapponibile a quello trovato sul corpo di Yara il 27 febbraio. Il caso, a meno di sorprese clamorose, è definitivamente chiuso.

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