Brasile: le ragioni della protesta

In Brasile deflagra la protesta. Quali sono le motivazioni delle rivolte che si diffondono nei grandi centri urbani del paese?

Abbiamo già presentato l’evolversi della protesta in Brasile. Vale la pena mettere sul campo qualche altro elemento.

Innanzitutto, si deve subito rimarcare che l’aumento delle tariffe dell’autobus e l’evento dei mondiali di calcio sono stati i due elementi che hanno acceso la miccia delle rivolte popolari antigovernative. Tuttavia, le ragioni profonde del malcontento sociale vanno ricercate in alcune scelte politiche incominciate con Lula e continuate con Rousseff.

Non vogliamo certo nascondere che il Brasile prima di Lula si trovasse in una condizione peggiore, ma il percorso economico e politico avviato nel paese più grande dell’America Latina soffre di gravi carenze e non si è dimostrato all’altezza delle sperimentazioni politiche, avviate in Ecuador e in Bolivia. In questi Stati, infatti, pur con molte difficoltà e non poche contraddizioni, si sono emanate nuove costituzioni democratiche ed ecologiste e si è saputo svolgere una redistribuzione più equa e soprattutto più concertata delle risorse.

Prima che la rivolta si facesse metropolitana, in Brasile, si sono organizzate mobilitazioni contadine ed indigene che hanno avuto poca udienza presso i grandi network dell’informazione. La motivazione del malcontento delle varie sigle delle organizzazioni contadine si può riassumere nella delusione per una riforma agraria che non ha raggiunto gli obiettivi promessi.
Già nell’ultimo periodo del governo Lula si è verificata una costante riduzione degli ettari da redistribuire. Con la successiva elezione del Presidente Dilma Roussef la tendenza a favorire la coltivazione intensiva della soia, del mais transgenico e della canna da zucchero per produrre biocarburanti si è consolidata. Ciò ha determinato la resa al latifondo e una progressiva distruzione della biodiversità. L’agrobusiness per i contadini agisce come un patto di potere delle classi sociali egemoni che, con un forte appoggio dello Stato, si basa sulla finanziarizzazione e l’accumulazione di capitale, sulla mercificazione dei beni della natura.

A chiedere un Riforma Agraria, ampia e partecipata, ci sono anche le comunità indigene che in questi mesi hanno messo in campo azioni diffuse di resistenza. Queste si sono tradotte in proteste e in occupazioni delle terre da cui gli indigeni sono stati cacciati dalle multinazionali e dai latifondisti. Ad accusare il Presidente del Brasile di connivenza con neocolonialisti e proprietari terrieri sono state molte organizzazioni, tra cui quella del Centro Indigeno Missionario.
Tra le vivaci proteste che i nativi hanno messo in campo in questi ultimi mesi ricordiamo quella della scorsa settimana, a Brasilia, davanti al ministero dell’Energia, per chiedere a gran voce la sospensione della costruzione della centrale idroelettrica Belo Monte.

E’ senza’latro vero che durante il governo Lula 24 milioni di persone sono uscite dalla miseria (la classe E con salario familiare inferiore a 120 euro, oggi dimezzata al 14% della popolazione), la disoccupazione è scesa dal 12% all’ 8% e sono stati creati 12,5 milioni di nuovi posti di lavoro formali. Tuttavia lo sforzo di garantire gli interessi della classe media (con conseguente crescita di debito privato), il basso potere d’acquisto, accompagnato da una crescita dell’inflazione, il puntare soprattutto sull’export, non hanno permesso al Brasile di compiere in maniera convincente le riforme sociali necessarie per la popolazione di un paese che ha ancora fasce di povertà molto ampia.

Infine la protesta urbana di questi giorni è deflagrata sull’onda dell’indignazione generata dalle politiche del governo che sostengono Terracap (Compagnia Immobiliare di Brasilia), che ha venduto una gran quantità di terreni pubblici ai privati per finanziare la costruzione del nuovo stadio della capitale federale.

Le rivendicazioni contadine, indigene e dei poveri cittadini si sono unite in unico fronte in queste ore ed ad hanno come cuore le grandi metropoli brasiliane. Tutti chiedono che il denaro investito per la Coppa del Mondo venga impiegato per la costruzione di case e in piani di educazione, per una riforma agraria e in spese sanitarie.
La verità è che i brasiliani più poveri non sanno che farsene delle grandi manifestazioni sportive ed hanno perfettamente intuito il carico di corruzione e di inquinamento che si portano dietro. Nelle strade e nelle piazze non si fa latro che ripetere che l’evento della Coppa del Mondo, togliendo risorse allo stato sociale, si è trasformato in un business per i ceti medio-alti.