Il Governo di tecnocrati impossibile da criticare – Il Governo dei Santi

Qualche riflessione sul Governo di Mario Monti.

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Per fortuna lo dice il Financial Times e non un giornalista qualsiasi: a Roma ha preso il timone il governo dei tecnocrati. Ovvero, il governo Monti. La questione è importante, perché le parole sono importanti.

In questo preciso istante, quello che per molti è – alla meglio – il «male minore», ovvero questa ristrutturazione forzata della situazione politica italiana, si può fotografare così:

«un Parlamento che ha al suo interno gli stessi parlamentari che c’erano sotto il governo Berlusconi, eletti con il porcellum, quindi con una legge elettorale che di fatto non ha permesso ai cittadini di sceglierei propri rappresentanti in quanti nominati dai leader delle varie coalizioni, ratificherà a larga maggioranza gli atti di un Governo il cui Presidente del Consiglio è stato nominato dal Presidente della Repubblica e i cui Ministri sono tutti “tecnici”. Il nuovo Presidente del Consiglio e i suoi Ministri non hanno alcun tipo di mandato popolare, nemmeno formale, e afferiscono a un’area tecnico-finanziario-cattolico-militare.»

Il Governo, inoltre – con buona pace di quelli che additano qualsiasi voce critica con il termine «complottista», oppure con un’ironia facilona – afferisce a quelli che persino Peter Gomez definisce, salvo poi dire che sono comunque il meno peggio e che dobbiamo aspettare per giudicare, poteri forti. Che sarebbero, traducendo, istutizioni che esistono, non strutture fantasiose generate dalla mente distorta e disturbata di un fanatico della mitologia del complotto.

Banche nazionali e internazionali. Università private. Esercito. Comunione e Liberazione. Aziende.

Tutto questo, non certo la società civile, è rappresentato nel Governo di “tecnici”, nella tecnocrazia, dunque, che da oggi tiene le redini della politica italiana. L’economia è diventata – complice la crisi, causata da quegli stessi poteri forti – al centro di qualsiasi discorso politico; la politica è sparita. Ma sono tecnici, dirà qualcuno. Certo. Tecnici con un’idea politica ben precisa.

Oggi alla fiducia in Senato voterà contro la sola Lega Nord (la forza politica più populista rimasta in Italia, quella che beneficerà maggiormente, alle prossime urne, della situazione). E così tutti potranno applaudire il Governo delle larghe intese: vedrete i titoloni sugli online e sui giornali, quanto esalteranno il numero di senatori che voterà a favore.
Il che, dovrebbe apparire evidente a tutti, è semplicemente un aborto politico. Oh, sì, certo. C’è lo stato d’emergenza, la situazione eccezionale. Sono termini che abbiamo già sentito tante volte, per giustificare questa o quella misura d’urgenza. E Carl Schmidt diceva: «Sovrano è colui che decreta lo stato d’eccezione».

Ma quel che appare davvero paradossale è che questo Governo dovrà seguire la linea guida tracciata dal precedente, visto che è stato Giulio Tremonti a prendere impegni vincolanti con l’Unione Europea; e la cosa ancor più incredibile è che, a livello mediatico, viene criticato dalla destra berlusconiana con argomentazioni prese a prestito dai cavalli di battaglia della sinistra. Il che, come può capire facilmente chiunque analizzi le variazioni d’umore nel flusso dei titoli dei giornali (che poi sono quelli che determinano il pensiero dei lettori e ne dettano l’agenda-del-ragionamento) annichilisce la capacità e la possibilità di critica.

«Sono brave persone», «almeno sono onesti», «lasciamoli lavorare», «diamo loro il beneficio del dubbio», «non fanno il bunga bunga». Queste le principali obiezioni di chi è felice di quest’aria di rinnovamento che pensa di respirare: in realtà, c’è un’aria vecchia e stantia, e il beneficio del dubbio è stato concesso anche a Berlusconi, di cui si disse «non è mica detto che farà i propri interessi». Insomma, il Paese non impara mai dalla propria storia.

Ma forse va bene così: gli italiani hanno bisogno di sbattere il naso bello forte, e forse non sono ancora abituati (dopo appena sessantasei anni) alla democrazia. La tecnocrazia, dunque, accontenta tutti. E se provi a dire Goldman Sachs, Aspen Institute, Trilateral Commission e compagnia bella, siccome sono nomi esotici, le reazioni possibili saranno: irrisione – che deriva da mancanza di conoscenza e comprensione – perché si penserà che tu creda al grande complotto rettiliano-giudaico-massonico; minimizzazione, del tipo «dai, si dimetteranno»; consapevolezza, del tipo «certo, sanno fare il loro lavoro». Se provi a verificare i curricula dei Ministri nominati, o a far rilevare che è curioso che monti inizi con l’interim dell’economia e che ci siano dei superministeri in palese conflitto di interessi, come quello di Corrado Passera, devi «giudicare dai fatti, non dalle premesse». Poi ci sarà quello che «sono tecnici». Sì, certo. E come tecnici non hanno un’idea politica e non devono rendere conto a nessuno, vero? Quindi non sono esseri umani, secondo costoro: va a finire che i complottisti-rettiliani sono gli altri. A parte gli scherzi, oltre ai nomi esotici si potrebbe anche dire San Paolo, Unicredit, Sole 24 Ore, Comunione e Liberazione e via dicendo. Sono meno esotici: forse suonano meno complottisti.

Intanto, però, la lotta al conflitto di interessi e la battaglia del pensiero critico giacciono sepolte da tonnellate di luoghi comuni imbeccati dalla stampa mainstream, che si sforza di imbeccarci sulle buone e sane abitudini di Mario Monti e consorte, sulla loro austerità, sul loro rigore. Da Repubblica in giù, è la morte della capacità di obiettare. Perché abituati al peggio, chiunque indossi un abito elegante e non faccia le corna ci sembra automaticamente degno di governare chiunque. Purtroppo non è così, ma gli italiani, si sa, si sono sempre fatti ingannare dall’apparenza, dai lustrini, dall’eleganza e dall’immagine.

Personalmente, rivendico il diritto di non essere d’accordo con un Governo sostenuto da Pd-Pdl-UdC-IdV, quattro forze politiche che hanno talmente poche cose in comune da rendere chiara l’anomalia; rivendico anche la possibilità di non unirmi al coro di ammirazione per una politica che – non c’è bisogno di vedere i fatti – non potrò condividere perché non ne condivido le premesse ideologiche.

E mi chiedo come possa, chi ha gridato alla lotta a Berlusconi fino a una settimana fa, accettare un Governo votato dal PdL. Come possa il PdL votare con l’IdV (e viceversa). Come possano il Pd e l’IdV plaudire a un governo non loro e di fatto, complimentandosi con il fatto che questo sia finalmente un governo di persone serie, abdicando al loro ruolo politico e ammettendo la loro incapacità. Mi chiedo, insomma, come possa esistere tutto questo.

Ah, già, c’è l’emergenza.