Il rientro del padrino

Quella della scarcerazione anticipata di Salvatore Lucania, conosciuto meglio con il nome di Lucky Luciano, resta una delle pagine ancora oscure della guerra contro i “mobs” nella New York degli anni 40, la versione ufficiale attribuisce la grazia concessa a Luciano dopo appena 9 anni di reclusione all’interno del penitenziario di Dannemora, al posto degli

Quella della scarcerazione anticipata di Salvatore Lucania, conosciuto meglio con il nome di Lucky Luciano, resta una delle pagine ancora oscure della guerra contro i “mobs” nella New York degli anni 40, la versione ufficiale attribuisce la grazia concessa a Luciano dopo appena 9 anni di reclusione all’interno del penitenziario di Dannemora, al posto degli oltre 30 inflittigli con l’accusa infamante di sfruttamento della prostituzione, ai servizi resi alla Marina Militare Americana durante lo sbarco delle truppe alleate in Sicilia.
Si narra addirittura che lo stesso Luciano fu paracadutato in Sicilia con lo scopo di preparare attraverso i suoi contatti l’operazione Husky, altre versioni parlano di un biglietto avvolto in un fazzoletto giallo con sopra stampigliata una grossa “L” nera indirizzato ai capi supremi di Cosa Nostra in Italia Carlo Vizzini e Genco Russo nel quale veniva loro chiesto di preparare la popolazione ad accogliere festante i liberatori.
La tesi più accreditata è quella che tutto il processo a Luciano sia stato inquinato da false testimonianze, vizi procedurali e che fosse servito ad accrescere la popolarità dell’allora procuratore Dewey, con il “battage” mediatico che il processo si era portato dietro Dewey si fece un’enorme pubblicità che gli servì nel 1943 ad essere eletto con una vittoria trionfale governatore dello stato di New York, ma la carriera politica del governatore non si era fermata lì e mirando alla Casa Bianca tutta la faccenda del processo costituiva per lui uno scheletro nell’armadio che sarebbe potuto riemergere facilmente in campagna elettorale.
Luciano viene scarcerato l’11 febbraio del 1946 con un foglio di via dagli Stati Uniti come cittadino indesiderato, la zona del porto dove è ormeggiata la Laura Keene, la nave che lo riporterà in Italia, viene letteralmente chiusa ad ogni occhio indiscreto da un’esercito di “dockers” che la proteggono armati di uncini e bastoni ma un giovane giornalista del Daily Mirror di origine italiana di nome Joe Famiglietti con un trucco riesce ad intruffolarsi fingendosi una guardia e ci regala quella che per me è una delle più belle pagine della letteratura “gangster” americana.

Al banchetto di addio a Luciano descritto con minuzia di particolari nell’articolo del Mirror partecipano tutti i più importanti padrini di New York che vengono a salutare Luciano, da Frank Costello ad Anastasia fino a tutti i membri del “sindacato” dei vari quartieri, scorreva vino rosso e nei piatti venivano servite pietanze italiane, succulente aragoste e ogni genere di ben di dio.
Il passaggio più interessante è quando Salvatore Lucania parlando al giornalista ma forse più rivolto a se stesso gli confessa di non voler tornare in Italia: “Il mio vero paese è questo. Certo mi ero messo in affari qui, ma al diavolo, lo fanno tutti”.

L’articolo di Famiglietti seppur inconsapevolmente fa emergere come il mito del gangster Lucky Luciano è in un certo senso figlio anch’esso del sogno americano, di come un giovane emigrato italiano cresciuto nei blocks del Lower east side, il primo quartiere veramente inter etnico della New York dei primi del novecento, abbia potuto fare “carriera”, della scalata che lo ha portato a diventare il capo indiscusso di Cosa Nostra e di come con Luciano la mafia non sarà più la stessa cosa, da organizzazione criminale su scala locale con dei codici arcaici diventa un sistema azienda su scala globale, in grado di influenzare la politica, di corrompere i giudici, il viaggio sulla Keene ne sancisce lo spartiacque.
Dopotutto che importa è solo business e “goddamn'” lo fanno tutti.

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