Abusi in divisa, quando la violenza fisica diventa damnatio memoriae

I familiari dei più clamosori e recenti casi di abusi in divisa sono stati tutti querelati dal sindacato Coisp: alla violenza di Polizia si aggiunge la violenza giudiziaria

Le recenti querele sporte dal sindacato di Polizia Coisp nei confronti di Lucia Uva, Ilaria Cucchi e Domenica Ferrulli sono solo l’ultima violenza che queste famiglie sono costrette a subire e così anche la famiglia Aldrovandi costretta, da mesi, a passare attraverso un’immeritata gogna a metà tra il tentativo di damnatio memoriae e il corporativismo viziato dal malcostume.

Il sindacato di Polizia Coisp (Coordinamento per l’indipendenza sindacale delle forza di polizia) è un piccolo sindacato staccatosi dal Sap (Sindacato autonomo di polizia) nel 1992 ed assurto agli onori delle cronache quando, alla fine di marzo 2013, organizzò una manifestazione a Ferrara in segno di solidarietà ai colleghi poliziotti coinvolti nella drammatica vicenda Aldrovandi:

“[…] lamentare la mancata applicazione della legge ‘svuota carceri’ ai poliziotti, condannati ‘per colpa’, a seguito del decesso del giovane, avvenuto dopo il loro intervento.”

diceva quel giorno il segretario generale Franco Maccari. Il risultato di quella manifestazione si sintetizza in tre fatti: le drammatiche immagini di Patrizia Moretti con la foto del figlio Federico in mano, mostrata con dignitoso e doloroso silenzio ai poliziotti-manifestanti, le 72 denunce del sindacato “offeso”, tra le quali alla signora Moretti, al capogruppo comunale del Pd di Bologna Francesco Critelli, al consigliere democratico Benedetto Zacchiroli, e la ripresa del servizio dei quattro poliziotti condannati per l’omicidio del ragazzo.

Tra le altre attività del sindacato c’è la celebrazione, ogni 20 luglio, dei drammatici fatti di piazza Alimonda a Genova, durante il G8 del 2001, in solidarietà ai colleghi coinvolti nei processi per le violenze in divisa di quei giorni.

Tre giorni fa, con poche sgomente parole, Domenica Ferulli ha comunicato di essere stata denunciata dal sindacato Coisp:

“Buonasera a tutti,
vi scrivo per informarvi che oggi ho appreso di essere stata denunciata dal COISP dal sig. Franco Maccari; oltre me hanno denunciato anche Lucia Uva e Ilaria Cucchi.
Non so ancora per Quale reato sono stata denunciata, domani il mio avvocato Fabio Anselmo si recherà in procura a Roma per ritirare il fascicolo a mio carico.

Questa per me è la prima denuncia: se dire la verità costituisce reato, io andrò avanti a commettere reati, tanti reati, continuerò a dire la verità che tutti conosciamo.
In Italia funziona così chi ammazza i nostri cari rivestendo una divisa, negando spudoratamente anche davanti ai giudici dopo aver fatto un giuramento, continua a lavorare e chi dice la verità viene denunciato.

Non mi fermerò, continuerò a dire la verità, non sono spaventata, vogliono condannarmi per aver detto la verità? Io mi assumo le mie responsabilità, non ho nulla da temere chi ha qualcosa da temere e chi indossa una divisa sporca di sangue.
La divisa è sacra rappresenta lo Stato, chi ha ucciso non è degno di indossare una divisa, deve essere buttato fuori dalle istituzioni.

Grazie a tutti
Ferrulli Domenica”

Domenica Ferulli è la figlia di Michele, corpulento cittadino stroncato da un infarto a Milano mentre degli agenti di Polizia gli montavano addosso, schiacciandolo e provocandogli la morte. Era il 30 giugno 2011.

Lucia Uva è invece la sorella di Giuseppe, giovane varesotto morto ammazzato di botte in una caserma di Carabinieri mentre il suo amico Alberto Biggioggero ascoltava tutto impotente nella stanza accanto. Era il 14 giugno 2008. Biggioggero è stato sentito dal magistrato, per la prima volta, solo nel 2013. L’interrogatorio è disponibile, in stralci, grazie al contributo del senatore Luigi Manconi del PD.

Ilaria Cucchi è la sorella di Stefano, entrato vivo nelle mani dello Stato e riconsegnato cadavere alla famiglia pochi giorni dopo, visibilmente dimagrito e palesemente maltrattato. Era il 22 ottobre 2009. Secondo il segretario del Coisp Maccari la donna, che si candidò alle scorse politiche con Rivoluzione Civile di Ingroia, avrebbe diffamato gli agenti di polizia penitenziaria e gli inquirenti e dovrà risponderne davanti ad un giudice:

“[…] siccome sono morti noi famigliari dovevamo stare zitti. Il dolore e le tremende sofferenze alle quali sono stati sottoposti non sono importanti. No. Loro non dovevano morire e se sono morti è colpa loro. Tutta colpa loro. E noi tutti, soprattutto, dovevamo e dobbiamo stare zitti.”

scrive la stessa Ilaria Cucchi su Articolo21. Tra i querelati c’è anche Leonardo Fiorentini, un semplice cittadino di Ferrara indignato, inorridito, per la violenza omicida che ha stroncato la vita di Federico Aldrovandi.

Nel frattempo Nobila Scafuro, madre di Federico Perna, lasciato morire a Poggioreale a Napoli, continua a recarsi al carcere partenopeo in segno di sostegno ai detenuti ammalati e ristretti in carcere, come il figlio. E Maria Ciuffi continua, imperterrita da anni, a chiedere verità e giustizia per il figlio Marcello Lonzi, morto nel carcere di Livorno stroncato da un infarto inspiegabile, se guardiamo le fotografie.

Sono tutti elementi dello stesso drammatico quadro, che rappresenta il dramma in cui versa lo stato di diritto in Italia: al dolore per la perdita di un proprio caro, morto mentre era “custodito” dallo Stato, si aggiunge il dramma umano di dover raccontare queste storie banalizzandole all’interno di un “contraddittorio” sempre, purtroppo, necessario. A questo, come se non fosse abbastanza, oggi si aggiunge la vergogna di una giustizia che non tutela le vittime ma salvaguarda i carnefici, un Calvario ingiusto attraverso il quale queste famiglie distrutte devono passare.

Al Calvario giudiziario si aggiunge ora quello delle “ritorsioni”, o “intimidazioni” come denunciato da Ilaria Cucchi sui giornali di questi giorni: un altro percorso drammatico che aumenta ulteriormente lo spread tra lo Stato di diritto in Italia e in Europa. A questo si può drammaticamente legare l’assenza del reato di tortura nel codice penale italiano, i tempi biblici dei processi, i silenzi delle Istituzioni, l’omertà nei reparti di pubblica sicurezza, il dramma del sovraffollamento carcerario.

E molto altro ancora, come ad esempio la totale chiusura del Ministero dell’Interno (lo stesso Alfano è stato chiarissimo) in materia di numero di identificazione sul casco degli agenti, chiesto dall’Unione Europea per adeguare l’Italia al resto d’Europa e negato dal Ministro dell’Interno con questa giustificazione:

“[…] Che facciamo, vogliamo fargli bussare a casa?”

diceva Alfano.

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