Referendum 2011, un quorum nato dal web?

Sia le amministrative che i referendum mostrano un trend nuovo.

I Referendum 2011 hanno raggiunto il quorum. Il dato definitivo è un po’ meno alto rispetto a quello della serata di ieri, ma si assesta comunque al 54,8% degli aventi diritto. I “Sì” trionfano ovunque: le percentuali sono bulgare, 95,35% per acqua pubblica 1, 95,80% per acqua pubblica 2, 94,05% per l’energia nucleare, e 94,62% per il legittimo impedimento.

Una vittoria della democrazia dal basso, della volontà popolare. Ma ieri, dando un’occhiata ai tg, e stamattina ai quotidiani, mi pare che ci sia un altro grande dato che emerge: l’emersione del web sui media mainstream come un altro canale in grado di influenzare concretamente le elezioni. Se ne parlava – con terminologie peraltro corrette, ho sentito con le mie orecchie durante un Tg nazionale le parole “postare sui blog” – Non ho dati, sono solo impressioni le mie, mi pare però che se ne siano accorti in tanti.

Per esempio Marco Belpoliti su La Stampa di stamattina,

Twitter, il Davide informatico, ha sconfitto il Golia dei network televisivi? Sembrerebbe proprio di sì. La vittoria nei referendum è stata segnata dal passaparola dei 140 caratteri che hanno scandito il passaparola virale. Tutti gli utenti hanno ricevuto solleciti in tempo reale ad andare a votare, a farlo nelle prime ore di domenica, a stimolare famigliari e amici pigri lunedì mattina. Le parole d’ordine scandite dall’inventiva personale sono volate di cellulare in cellulare, soprattutto gli smartphone hanno segnato il passaggio da una comunicazione passiva, quella della televisione, alla comunicazione attiva del web tascabile. McLuhan ci aveva avvisato quasi cinquant’anni fa: la tv è un medium freddo che non entusiasma, al massimo eccita, in una sorta di onanismo fantastico, e alla fine l’utente non si smuove dalla poltrona

Ma c’è anche molto altro…

Oltre che una vittoria di Twitter, a me sembra che questo referendum abbia visto uno straordinario attivismo dal basso sia offline che online: su Facebook in primis, e su Youtube. Propaganda dal basso – soprattutto video, ma anche grafica: pensate ai manifesti “Il Mare è pieno di insidie: il 12 e 13 giugno rifugiati in una cabina elettorale” – che si è diffusa a macchia d’olio.

Tutto questo vale anche tra chi tendeva al no: pensate per esempio al loghino che sicuramente qualche vostro amico avrà messo su Facebook come foto profilo, dove al posto dei quattro sì, il logo riprendeva il claim “Va-do-al-ma-re”. Ha funzionato esattamente come per le amministrative, più per chi c’era già sul web, per chi una credibilità l’aveva già costruita. Gli ultimi arrivati non hanno avuto speranze, nella rete come nelle urne.

Spiega Michele Sorice, direttore del Centro Studi su Media e Comunicazione dell’Universita’ Luiss di Roma:

“Il merito per il raggiungimento del quorum va anche ai social network, ma decisiva e’ stata l’attenzione e la voglia di protagonismo dell’elettorato (…) Facebook e Twitter – osserva – da soli non avrebbero mai mobilitato cosi’ tanti cittadini, quote consistenti di elettorato restano infatti fuori dal web. I social network hanno creato connessione e passaparola, e hanno mobilitato quella parte di opinione pubblica disposta a farsi mobilitare. Sul web – sottolinea Sorice – c’e’ stato il cosiddetto ‘effetto alone’: come un’espansione a raggiera, c’e’ stata una sensibilizzazione crescente tra gli utenti”. “L’arma migliore di internet – sostiene il massmediologo – e’ stata l’ironia, come ha dimostrato anche l’ultima tornata elettorale delle amministrative”

L’ironia, è la chiave di tutto. Esattamente come per le amministrative – e si era visto soprattutto a Milano, durante la campagna che aveva visto contro Letizia Moratti e Giuliano Pisapia – una risata li ha sepolti. Chi è stato sepolto?

Sicuramente il centro destra al governo, sicuramente chi suggeriva di “andare al mare”, e quindi Umberto Bossi – ma non altri esponenti di primo piano della Lega Nord, v. Roberto Maroni – ma non è che il centrosinistra possa prendersi chissà quali meriti. Il PD ha rincorso i referendum, non ci credeva all’inizio. Come non ci credevano in molti.

Scrive Massimo Gramellini
:

Di solito sono le sconfitte a non avere padri. Ma qui sta succedendo il contrario. Prima le elezioni amministrative di Milano e Napoli hanno premiato due eretici. E adesso i referendum, vinti da cittadini che sono tornati a credere nella politica, ma non nei politici. Un movimento di massa sganciato dai partiti, che sancisce il declino dei due capi-popolo più potenti dell’ultimo ventennio, ma non incorona nessuno al posto loro, perché in nessuno riconosce una figura davvero estranea alla Casta

E aggiunge Ezio Mauro su Repubblica:

Vince una politica reticolare, a movimento, incentrata sui cittadini più che sulla adulazione del popolo. Cittadini consapevoli che aggirano l’invasione mediatica del Cavaliere sulle televisioni di Stato, mandano a vuoto l’informazione addomesticata dei telegiornali, si organizzano sulla rete, prendono dai giornali i contenuti che servono di volta in volta, fanno viaggiare in rete Benigni, Altan e l’Economist a una velocità e un’intensità che le veline del potere non riescono a raggiungere. Cittadini giovani, che fanno naturalmente rete e movimento, e in un sovvertimento generazionale e di abitudini diventano opinion leader nelle loro famiglie, portando genitori e amici a votare, chiarendo i quesiti, parlando dell’acqua e del nucleare, spiegando come il “legittimo” impedimento aggiri l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

(…)

È un cambio di linguaggio, dopo vent’anni. Le manifestazioni delle donne, i post-it contro la legge bavaglio, il boom per Fazio e Saviano, l’allegria della piazza di Pisapia e Vecchioni a Milano contrapposta alla paura e alla cupezza stanno cambiando la cultura quotidiana dell’Italia, il modo di comunicare, l’immaginario che nasce finalmente fuori dalla televisione, la domanda stessa della politica. Davanti a questo cambio, le miserie dei burocrati spaventati che reggono la Rai per conto di Berlusconi sembrano ormai tardive e inutili: chiudono la stalla di viale Mazzini con l’unica preoccupazione di lasciar fuori Saviano e Santoro, per autolesionismo bulgaro, e non si accorgono che gli spettatori sono intanto scappati altrove.

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