Giorgio Almirante e “la salutare diffidenza verso gli ebrei”

Del giornalismo come arma di propaganda politica gli ebrei intuirono l’importanza fin da quando, nei primi anni dell’Ottocento, di giornalismo politico vero e proprio non v’erano tra noi che pochi saggi. Ed era naturale che così fosse, giacché gli ebrei, usciti appena dai ghetti e circondati ancora dalla salutare diffidenza che per secoli li aveva

Del giornalismo come arma di propaganda politica gli ebrei intuirono l’importanza fin da quando, nei primi anni dell’Ottocento, di giornalismo politico vero e proprio non v’erano tra noi che pochi saggi. Ed era naturale che così fosse, giacché gli ebrei, usciti appena dai ghetti e circondati ancora dalla salutare diffidenza che per secoli li aveva quasi ovunque segregati dal popolo, sentivano il bisogno di un’arma che consentisse loro di spargere largamente il mal seme dei principi dell’Ottantanove

No, non è un estratto del Mein Kampf. No, non è un discorso di Mussolini. Nemmeno: non è neanche un brano preso da un’adunata a Norimberga nel 1939. Vediamo se indovinate. E’ un brano tratto da “La Difesa della Razza“, pubblicazione diretta da Telesio Interlandi, pubblicata fino al 1943, sulla quale scrisse anche, vediamo se adesso indovinate. Si. Giorgio Almirante. Ed il morceau qui sopra, è proprio suo. Non serve cercare molto, o fare come ha fatto Emanuele Fiano, citando un “altolà ad ebrei e meticci”. Basta cercare su wikipedia. E’ molto più facile di quanto si creda.

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