VI Municipio, sì al registro delle famiglie anagrafiche (anche gay)

Roma fa un passo avanti nel campo dei diritti civili? Bella domanda. Sta di fatto che mentre a livello nazionale i politici stanno ancora discutendo sul da farsi, il VI Municipio capitolino è passato ai fatti approvando – a maggioranza assoluta – un ordine del giorno per permettere la certificazione delle “famiglie anagrafiche”.Una notizia che

di claudio

Roma fa un passo avanti nel campo dei diritti civili? Bella domanda. Sta di fatto che mentre a livello nazionale i politici stanno ancora discutendo sul da farsi, il VI Municipio capitolino è passato ai fatti approvando – a maggioranza assoluta – un ordine del giorno per permettere la certificazione delle “famiglie anagrafiche”.

Una notizia che – sono certo – farà contenti i nostri amici di Queerblog ma non solo, dato il numero di persone che si è mostrata favorevole da tempo a una scelta di questo tipo. La mozione, che segue di poco una analoga iniziativa del Comune di Padova, riguarderà circa 130.000 cittadini romani sparsi fra i quartieri Prenestino, Casilino e Tuscolano, coinvolgendo anche un quartiere ad alta concentrazione omosessuale come il Pigneto.

Nella delibera – approvata da esponenti di DS, Margherita, PRC, RnP e Verdi – l’amministrazione richiede ai registri anagrafici di attrezzarsi per il rilascio di documentazioni che certifichino la presenza di una cosiddetta “famiglia anagrafica”. In questo modo, i residenti del municipio uniti da un vincolo affettivo (matrimoniale e non), di parentela, di adozione o di tutela potranno sancire ufficialmente il proprio legame.

Un provvedimento che ha sì una valenza simbolica – come giustamente afferma il Presidente dell’Arcigay Lazio, Fabrizio Marrazzo – ma che permette anche a chi ne fruisce alcuni diritti già in possesso delle coppie sposate, come i permessi di lavoro retribuiti per l’assistenza sanitaria del partner, o un più banale diritto di visita del partner in ospedale.

Diritti che sembra assurdo debba essere una legge a sancire, ma “siamo in Italia, baby”: da noi serve anche questo. Eccome, se serve.

foto | Flickr

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