Esclusivo: Edoardo Montolli e tutta la verità sulla Strage di Erba – terza parte –

Settimana scorsa Edoardo Montolli, giornalista d’inchiesta che nella propria esistenza ha scritto un pò ovunque – per esempio sul Riformista, sull’Europeo, e su Maxim – ci ha spiegato come a Erba, potrebbero non essere stati Olindo Romano e Rosa Bazzi a compiere la strage. E che la verità potrebbe essere diversa da quella data come

Settimana scorsa Edoardo Montolli, giornalista d’inchiesta che nella propria esistenza ha scritto un pò ovunque – per esempio sul Riformista, sull’Europeo, e su Maxim – ci ha spiegato come a Erba, potrebbero non essere stati Olindo Romano e Rosa Bazzi a compiere la strage.

E che la verità potrebbe essere diversa da quella data come ormai definitiva dalla giuria mediatica, dato che le confessioni non devono essere necessariamente veritiere. Ecco, dopo il salto, la terza parte dell’intervista.

Foto|Repubblica

Hai sempre affiancato all’attività di scrittore, quella di giornalista d’inchiesta: in che modo sei riuscito a contaminare i due ambienti? Quando hai iniziato a farlo?

In realtà quando ho buttato giù il primo thriller ci sono stato quasi costretto dalla mia fidanzata. Diceva: “con tutti i tipi strani che conosci, perchè non ci scrivi un giallo?”. In effetti per diverso tempo avevo scritto di perversioni sessuali, sul Maxim di fine anni ’90.

E, in un cinque-sei casi, mi ero occupato di sette, tra cui l’appello di un’associazione di vittime delle sette per la scomparsa di Chiara Marino e Fabio Tollis (che tempo dopo risulteranno essere le vittime delle Bestie di Satana). Un mondo fatto di deprogrammatori di cervelli, fuoriusciti impauriti, disperati e, talvolta disturbati.

L’ho messo giù così, immaginando un mio alter ego alcolizzato (mentre io sono purtroppo astemio) che finisce nei guai dopo aver scritto un saggio sulle perversioni dal titolo “Tribù di notte”. La cosa che mi ha divertito è che, poi, “Tribù di Notte”, il libro inchiesta, l’ho scritto davvero; ma dopo. Come se la realtà prendesse spunto dalla fantasia del romanzo.

D’altra parte le coincidenze mi perseguitano fin da piccolo, coincidenze che quando te le raccontano manco ci credi. Così ho deciso di adattarmi al destino e di rimescolarmi da solo le carte. Tutte, comprese realtà e fantasia.

Sicchè Giuda, coprotagonista de “Il Boia” e miglior amico del mio alter ego nel libro Manuel Montero, e soprattutto, personaggio assolutamente vero, è diventato padrino di battesimo di mio figlio. Manuel.

“Il Boia” è stato il tuo esordio narrativo: puoi raccontarci le inevitabili peripezie, gli inenarrabili sbattimenti che avrai affrontato per riuscire a pubblicare?
Non è esattamente così. Per tipo 14 anni ho tentato di pubblicare un romanzo filosofico. Almeno, filosofico, lo pensavo io. Si chiamava “L’aspirante folle”. Alla fine me ne ero pure dimenticato. Io. Invece nel suo ultimo romanzo, “Ho fatto giardino”, Andrea G. Pinketts racconta di un giornalista mezzo pazzo, tale Edoardo Montoya, che vuol pubblicare un libro improbabile dal titolo “L’aspirante folle”.

Ho detto, cazzo mi ha bruciato il titolo. E sono tornato a dimenticarmene. Invece “Il Boia” ha avuto una genesi assai diversa. Avevo letto un grande noir di certo Maurice Dantec, “Le radici del Male”, che poi recensii su “Il Foglio”, mi pare.

Lo pubblicava nella collana Euronoir la Hobby & Work. Ho detto, be’, chi ha scelto un romanzo simile ne capisce. Questa è la via maestra, e se è buono lo sapremo presto. All’editor, Gigi Sanvito, è poi piaciuto e tre mesi dopo mi ha richiamato. Fine. Niente code, porte chiuse o inutili presentazioni. E’ andata così.

Leggenda vuole che tu abbia scritto “Il Boia” in una settimana: confermi o smentisci? E se hai qualche aneddoto, racconta pure
Devo confermare, un po’ meno di una settimana. Accadde un fatto strano. Scrissi per ore e ore ininterrottamente. Smettevo a mezzogiorno la nottata e riprendevo alle tre. Non riuscivo a smettere, come una febbre.

Ecco, quando mi chiedono cosa significa scrivere un romanzo, rispondo che per me significa avere la febbre. Forse perchè i miei sono thriller ansiogeni, e se non ce l’ho io la febbre, di sicuro non può venire al lettore. C’è da dire, a proposito del tempo che ci misi, che mi fu poi chiesto di allungare il testo di 80.000 battute. Un’infinità. E lì ci misi un mese e mezzo, fu devastante.

In tutto questo riesci anche a dirigere una collana di libri d’inchiesta per Aliberti – uno su tutti, “Ammazzare Stanca” scritto da un ex killer della ‘ndrangheta – quali sono i prossimi volumi a cui state lavorando?
Un libro che si chiama “Toghe che sbagliano” sugli errori giudiziari, ed è appena uscito “Il Papa Nero, memoriale di Michele Greco” di Francesco Viviano. In autunno il libro inchiesta principale sarà sul caso Forleo, scritto da Antonio Massari già autore de “Il caso De Magistris”. E poi un noir ispirato a una storia vera, “Un buon sapore di morte”, di Gabriele Damiani, scovato grazie al premio letterario ilbox, nato in collaborazione con il settimanale Cronaca Vera.

Ok, sbattersi per gli altri, molto nobile e giusto: ma tu che progetti hai per il futuro? Estate a scrivere anche tu o farai qualche giorno di vacanza?

Vacanze? Lo vedi a che ora ti sto rispondendo?

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